La grammatica è un optional?

Amo scrivere. Ho bisogno di scrivere, per me è essenziale come è essenziale respirare. Senza non c’è vita, per me. Scrivo ogni giorno, ogni volta che posso: storie, racconti, saggi, monologhi teatrali. Scrivo su fogli, a mano, a macchina, al computer, sul banco, su post-it…

È dunque scontato dire che bazzico anche i più conosciuti siti di pubblicazione libera di storie. La mia prima iscrizione a EFP risale a quando avevo dodici anni (cinque anni fa…come passa in fretta il tempo!).

Da tre anni scrivo invece su Wattpad.

Raramente leggo storie su internet, per il semplice motivo che se voglio leggere preferisco avere un libro tra le mani piuttosto che stare davanti allo schermo. Ogni tanto però mi capita di curiosare tra le storie, sia quelle più famose, sia le nuove.

Di storie belle ce ne sono…basta trovarle.

Sì perchè sono sommerse tra centinaia (se non migliaia) di storie considerabili spazzatura. Trame inconsistenti, banali, già viste e riviste.

E la grammatica.

Non parliamo della grammatica. Verbi, congiunzioni, costruzioni di frasi…tutto che pare essere fatto completamente a caso.

E le virgole?

O non ce n’è proprio, o ce n’è troppe: state certi che in ogni caso saranno sempre al posto sbagliato.

E la cosa peggiore è vedere queste storie ricevere centinaia, migliaia, di voti e letture quando magari storie molto più valide vengono ignorate perchè i protagonisti non sono gli One Direction o non c’è nessuno che si fa una ragazza ogni capitolo.

Per non parlare delle commentatrici che credono di essere a conoscenza di tutto lo scibile umano e correggono parole che in realtà sono giuste (e questo mi è capitato in prima persona ed è piuttosto irritante. Avete mai aperto un dizionario nella vostra vita?)

Oggi ho conosciuto una ragazza che condivideva le mie stesse idee in merito. Anche lei scrive su Wattpad e ho pensato di dare un’occhiata alla sua storia.

No comment. Rispecchia esattamente la categoria di storie che lei stessa critica declamandosi una scrittrice in gamba.

Così, dopo aver abbandonato il suo lavoro alla terza riga ho pensato

“Ora resto qui finché non trovo una storia con i congiuntivi al posto giusto.”

L’ho pensato alle sei di questo pomeriggio.

Sono ancora qui.

Scusate lo sfogo.

Amo scrivere. Ho bisogno di scrivere, per me è essenziale come è essenziale respirare. Senza non c’è vita, per me. Scrivo ogni giorno, ogni volta che posso: storie, racconti, saggi, monologhi teatrali. Scrivo su fogli, a mano, a macchina, al computer, sul banco, su post-it

e vedere come certe persone trattano la nostra lingua, le nostre belle parole, mi fa venire la nausea.

 

 

 

Riflesso

Dedicata a te

Riflesso

Si lascia una scia umida alle spalle, la goccia che sto osservando. Trema leggeremente, scossa dalle vibrazioni. Non è sola, sul vetro, eppure lo sembra. Abbandonata in una corsa a vuoto. E così è per tutte le altre, infinite gocce di pioggia, ciascuna per sé, lanciate in un mondo che non capiscono. Ma in fondo non è forse la stessa nostra sorte? Umani…non siamo altro che milioni di gocce su un vetro troppo grande. E non facciamo che scivolare. Scivolare. Scivolare. Ci sarà qualcuno ad afferrarci alla fine?

Il mondo, al di là del finestrino, è distorto, come un quadro impressionista. Un tocco giallo è il faro di una macchina, una macchia rossa è l’ombrello di un bambino.

L’autobus traballa. Si ferma. Quando le porte si aprono una folata di vento gelido si siede su un sedile, scenderà alla prossima fermata.

L’altro posto viene occupato da un ragazzo. Lo vedo riflesso nel vetro. Smetto di guardare le gocce che si rincorrono. A volte si incontrano. Anche noi umani, a volte, ci incontriamo.

Seguo il suo profilo di vetro, la sua immagine trasparente sovrapposta al mondo. C’è qualcosa in lui, qualcosa di diverso. Cosa lo distingue da tutte le altre gocce?

Gli angoli della bocca sono leggermente piegati, verso l’alto. Un sorriso? O solo l’ombra di esso?
E’ il ricordo di un sorriso. Una linea malinconica che arriva dal passato.

Gli occhi, nel vetro, sembrano ancora più azzurri, liquidi di pioggia. Sono una tempesta, un mare grigio di emozioni dove la pupilla trema, perduta.

Capisco. Quello che sto vedendo non è che il riflesso di un animo perso nella vita, alla ricerca di sé. Si è perduto, forse da poco, forse da sempre, e cerca ovunque la sua identità. Come Peter Pan la sua ombra.
Si morde il labbro. Vorrei sapere cosa pensa, un piccolo movimento apparente corrisponde sempre a un grido interiore. E’ l’onda che traspare in superficie quando negli abissi si stiracchia la tempesta.

Provo a indovinarlo.

I suoi lineamenti sono dolci. La pelle è chiara, con questa luce quasi cerea. Le palpebre sono stanche, segno di una notte passata a rigirarsi nel letto, tra le coperte che sembrano sempre troppo corte. Le mani. Le dita giocano con il bottone della giacca. Le unghie riportano i segni dell’irrequietezza, altri segnali che qualcosa non va, dentro.

Sbadiglia, si porta la mano al viso. Sfiora la pelle coi polpastrelli. I muscoli sembrano rilassarsi. Porta un segreto, dentro di sé, qualcosa che forse non è chiaro nemmeno a lui. Fa dei pensieri, a volte, pensieri che al momento lo fanno sorridere, come sta facendo ora, ma che poi lo spaventano.

Si può aver paura di se stessi? Forse più che degli altri. Perchè gli altri sono prevedibili, mentre noi siamo ogni giorno una scoperta per noi stessi. Cambiamo, mutiamo come il vento. Ora il suo vento sta soffiando forte, non può ignorarlo, anche se vorrebbe perchè sarebbe più facile.

Potrebbe provare a fare finta di niente, ma prima o poi dovrà piegarsi, per non spezzarsi. Allora comprenderà la sua natura e starà solo a lui accettarsi. Che lo facciano tutti gli altri non ha importanza. Ha importanza che lui capisca che va bene. Va bene così. E’ perfetto così com’è, in quel suo sorriso sottile che nasconde un mondo. Un mondo che io ho visto riflesso in un vetro, ma che tra poco anche lui sarà in grado di vedere.

Forse non appena sarà sceso da questo autobus, come la goccia che scivola dal vetro e sparisce, per sempre, ai miei occhi assieme al suo riflesso.

Una Valigia di Passi

Storia presentata al concorso di scrittura della mia città

Risultati immagini per huella de pie en la arena

 

L’aria si addensa in un’ombra di fiato che si solleva impalpabile, verso le stelle. E lì scompare, inghiottita dalla notte.

Freddo. Non avrei mai immaginato che potesse scottare, nessuno me lo aveva mai detto. Punge la pelle.

Però non voglio rientrare, non ancora. Guardare le stelle rende più sopportabile la distanza. Sembrano così lontane, irraggiungibili eppure, paradossalmente, mi fanno sentire vicino a casa. Se chiudo gli occhi posso pensare di essere sotto la stessa luna dei miei genitori. Di mio fratello.

 

Ho gli occhi appannati dal sonno e non noto subito quella stella che si stacca dal cielo e scivola, vacillando, verso la terra.

È bianca e leggera e riflette la luce della luna. Piena.

Penso…penso che potrei quasi toccarla. E lo faccio.

Allungo la mano, distendo le dita e col polpastrello la sfioro quando è abbastanza vicina. È fredda.

Neve.

Guardo il ricamo di ghiaccio continuare la sua caduta. Prima ancora che me ne renda conto l’aria si fa palcoscenico di uno spettacolo magico. I tutù di neve oscillano delicati nell’aria e, tra le capriole, si posano ovunque. Anche su di me. Anche sui miei capelli neri come questa notte. Anche sul palmo della mia mano tesa ad afferrarli.

Ne prendo uno. Lo stringo.

E lui scompare in una lacrima. Non si può pensare di prendere una stella.

Sospiro. Un gesto così semplice, ma mi sento come se un peso mi fosse caduto dalle spalle. Un bagaglio troppo grande da portare, una valigia riempita troppo in fretta di paure e speranze che mi porto dietro da tempo. Tanto tempo.

Una volta in Italia sarai al sicuro, dicevano. Solo ora, qui, in questa notte posso chiedermi: è davvero tutto finito?

Posso davvero lasciare andare quella valigia che ho trascinato sulla sabbia del deserto?

Quando sono partito era leggera, non c’è stato tempo di pensare a cosa portare via con me, in questo viaggio all’inferno, e così ci ho riposto solo un desiderio; voglio un futuro, voglio vivere. L’ho nascosto sul fondo, avvolto in un fazzoletto perché restasse al sicuro e lontano da occhi indiscreti.

Ma poi quella valigia si è fatta più pesante, giorno dopo giorno. Vi ho messo le impronte lasciate nel fango delle mie scarpe consumate, sono entrate le lacrime e il sudore. E la paura. Tanta paura, a volte così pesante da gravare sul petto, da rendere quasi impossibile respirare tanto era opprimente, vischiosa, scura. Scivolava nei polmoni e sentivo di star affogando nella vita.

Con un altro sospiro lascio che tutto questo esca, che si riversi in questa notte che mi avvolge come in un abbraccio che, anche se gelato, mi scalda il cuore.

Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, la mia vita per sfuggire alla guerra. Nel mio paese sei costretto ad arruolarti a diciassette anni e non ci sono alternative, se non scappare.

Gli istanti di quel giorno li rammento come dilatati, mia madre in cucina stava lavando una tazza. Ricordo come si è immobilizzata, le dita bianche a stringere la spugna. La tazza è caduta e si è infranta al suolo.

Cocci bianchi sul pavimento.

Si è voltata verso di me, i suoi occhi colmi di lacrime.

– Scappa, Arman. –

La sua voce non è uscita, ma il sguardo lo urlava disperatamente.

Guardando fuori dalla finestra ho visto ciò che l’aveva spaventata: in lontananza una jeep militare avanzava sobbalzando sollevando la polvere della strada.

Era il mio turno, erano venuti a prendermi.

Così come era successo per Yusef. Mio fratello. Che non era mai tornato. Morto in una guerra che non era sua.

Non ho avuto il coraggio di muovermi, pronto ad affrontare il mio destino, ma mia madre mi si è gettata contro, quasi spingendomi, e allora la sua voce è sbocciata:

– Va via di qui, vattene! Vivi! Resta vivo! –

E con quelle parole ricordo solo la strada che scorreva sotto i miei piedi e la mia casa farsi sempre più piccola alle spalle così come lontani si facevano i singhiozzi della donna che mi aveva cresciuto e amato.

Corsi. Corsi come se fosse l’unica cosa da fare. Corsi perché era l’unica cosa che potessi fare. Corsi con l’aria che mi affondava nel petto come una lama. Corsi finché le gambe non cedettero e mi trovai a terra, in ginocchio. E poi tutto divenne buio e non riuscii più a distinguere il sopra dal sotto. Il reale dall’irreale. La vita dalla morte.

Mi sono svegliato che il mondo girava. Attorno a me un leggero mormorio incessante. Provai ad aprire gli occhi e mi resi conto che lo erano già, aperti. Ero semplicemente immerso nell’oscurità.

Percepii la presenza di altri corpi attorno a me, altri respiri. Un violento scossone mi fece cadere nuovamente a terra. Ci stavamo muovendo. Un camion, forse.

Lentamente mi abituai a quel buio opaco e cominciai a individuare sottili lame di luce che penetravano da dei fori sulla parete.

Con gli occhi catturai sguardi. Sguardi spaventati, occhi grandi per la paura, con le pupille scure lanciate in una danza folle per cercare un punto a cui aggrapparsi. Qualcosa che potesse dare conforto, sicurezza.

In quei volti vidi riflesso il mio.

Una mano mi toccò la spalla, ero troppo stanco persino per spaventarmi. Voltandomi mi trovai davanti un viso giovane, dalla pelle talmente scura da confondersi con l’ombra e due grandi occhi liquidi. Nella mano teneva una crosta di pane. Me la porse.

Guardai la ragazza. Doveva avere all’incirca la mia età. Il suo ventre era gonfio, custode di un giovane uomo. Custode del futuro.

Con la mano tremante le richiusi le dita sul pane. Ne aveva più bisogno lei di me.

Il breve contatto mi aveva tranquillizzato anche se il mio respiro faticava a quietarsi. Non c’era nulla che potessi fare se non aspettare. E aspettare. E aspettare.

Aspettare finché tutto sembrò perdere un senso, se mai ne avesse avuto uno.

Passarono giorni. Settimane in cui rimasi immobile, nella stessa posizione, come un feto nel grembo materno.

Il cibo era raro e razionato.

Non ho mai saputo chi fossero i guidatori, ma so che probabilmente la somma pattuita con i poliziotti libici doveva essere stata più alta di quella che gli avevano offerto le persone nel camion visto che, al confine, ci fecero scendere e ci consegnarono, venduti, alla polizia.

Quando hanno aperto il telone il sole è entrato prepotente, invadendo ogni angolo. Mi ha ferito gli occhi e per molto tempo il mondo mi è sembrato chiazzato di luce.

Ci hanno spinti sulla strada senza curarsi delle persone che non riuscivano a stare in piedi. Per la prima volta ho visto tutti i volti di coloro con cui avevo condiviso le ore più strazianti della mia vita.

Dopo poche ore di luce di nuovo oscurità. Trasferiti da una prigionia ad un’altra.

Dal camion alle prigioni libiche. Il tutto senza una parola, senza un perché.

Le uniche parole sono state quelle del fucile dalla lunga canna nera e fredda. Un colpo in aria, di avvertimento.

Un altro su un ragazzo che aveva tentato la fuga. Non si è più mosso. Lo hanno lasciato lì.

Nelle celle ancora una volta mi trovai ad essere perso nella dimensione del tempo. Nulla rendeva possibile distinguere il giorno dalla notte e talvolta sembrava si dimenticassero di noi e così quell’unico pasto che ci era concesso non arrivava, anche per giorni e giorni.

Pensai che il mio destino si fosse compiuto.

Non si può ingannare la morte, lei sa sempre dove aspettarti ed io ero stato così impudente da credere che sarebbe bastato scappare per sfuggirle.

Ma anche il mercante alla fine incontra la morte a Samarra.

Quella notte un gruppo di guerriglieri ribelli ha attaccato le prigioni. Ho sentito grida. Io stesso ho gridato. Spari, esplosioni. Macerie che ricadevano al suolo in un rumore assordante. Ho visto corpi troppo stanchi per potersi alzare stare ad attendere che la fine giungesse.

Poi è regnato il silenzio.

Silenzio è quello che sento ora. La neve ha coperto il mondo con il suo manto bianco e nulla risuona in questa notte. Ci sono solo io. Ci sono solo le stelle. Occhi di qualcosa di più grande e più misterioso.

– Vieni con me. –

Mi volto.

Gli prendo la mano.

E seguo mio fratello nel buio.

In any other World /3

Qui il capitolo precedente

(Scritto sulle note di Say Something…spero vi piaccia)

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3

Adrien è seduto al suo posto.

Ma non è lì. Forse il suo corpo riesce a stare fermo, immobilizzato ad un banco che porta le firme di decine di studenti che vi sono passati, ma la sua mente è lontana.

Forse non così tanto come ci si aspetterebbe. Vaga per il corridoio. I muri scrostati dell’atrio non aiutano a rallegrare l’edificio. Tutti gli anni i neoeletti rappresentanti degli studenti promettono che faranno imbiancare. Tutti gli anni. Nessuno lo ha ancora fatto.

Gira a sinistra, scende la scala di marmo grigio. La prima porta a destra. Legge il cartellino sul muro.

Terza B. 

L’aula è quella giusta. Adrien sbatte le palpebre. La lavagna davanti a lui è sfocata, non capisce bene a cosa serva la formula che il professore sta tracciando col gessetto bianco. Quello è tra le sue mani, scivola sull’ardesia nera lasciando dietro di sé un filo bianco com’è un po’ il senso della vita: si va avanti e si lascia un segno. Un segno in noi, un segno nelle persone che ci stanno accanto e un segno nei luoghi dove abbiamo vissuto. Come le firme incise sul banco.

La sua fantasia torna a volare. Era davanti alla porta, non deve aprirla per entrare, in fondo è solo un pensiero.

Così attraversa il muro e si stringe in un angolo. Si fa piccolo piccolo, invisibile, e da lì osserva.

E’ così che vorrebbe sentirsi ora Adrien: un sottile refolo di vento che può passare inosservato, e può spiare. Lui.

Si perchè è a questo che pensa Adrien durante la lezione di Fisica. Pensa a Edward che è solo a pochi passi di distanza ma allo stesso tempo così lontano.

E’ così che si sente ogni volta che sono assieme. Lui è lì, davanti a lui, vicino a lui. Ma non sarà mai davanti a lui e vicino a lui in quel modo.

Ora Adrien non è più padrone del suo pensiero, gli sfugge e in un attimo si trova in un posto dove non vorrebbe essere. O forse vorrebbe, ma non dovrebbe. Non potrebbe.

Ma a chiunque altro sembrerebbe un posto così innocuo. Camera sua. Ma nella camera che è nella sua testa, oltre alla trapunta, oltre ai disegni sulle pareti, oltre ai fogli sulla scrivania c’è lui. Il pensiero va troppo veloce, Adrien non lo gestisce più. Immagina di essere vicino, tanto vicino, troppo vicino. E la cosa bella è che è una cosa naturale. Per entrambi.

– Che ti succede? – la voce arriva da lontano, è solo un bisbiglio. Viene seguita da una mano che gli tocca il braccio.

In un istante, un battito di ciglia, torna al banco, è sempre stato lì.

La camera, la trapunta, i disegni, i fogli e Edward scompaiono, ma resta la vergogna che ora Adrien sente dentro.

Gli occhi calmi di Jodie sono un rifugio dove nascondersi, dove respirare a fondo e far calmare i battiti del cuore.

Lei però si aspetta una risposta. Lo osserva in attesa, preoccupata.

***

Adrien ha lo stesso sguardo di un cerbiatto fermo in mezzo alla strada, terrorizzato dai fari di un’automobile spuntata dalla curva col motore che scoppietta.

Stavo cercando di rincorrere la voce del professore con le parole, prendendo appunti, quando il pennino si è come incastrato nella carta e ha lasciato scappare l’inchiostro che si è espanso sulla carta come un orrendo ragno marrone dalle mille zampette scattanti.

La distrazione mi ha permesso di notare che il respiro di Adrien è accelerato.

Si è fatto irregolare. Sembra spaventato.

Apparentemente sembra attento, osserva la lavagna e muove la matita sul foglio. Ma vedo chiaramente che non sta scrivendo, la mina traccia solo delle onde nere che oscillano e vacillano ubriache tra i quadretti.

Capita spesso che lui si perda durante le lezioni, come se fosse tutto troppo noioso e banale per potersi meritare la sua attenzione, ma non lo avevo mai visto così.

Gli ho toccato il braccio bisbigliando per richiamare la sua attenzione e ora lui mi sta guardando come se lo avessi sorpreso a fare qualcosa che non avrei dovuto vedere.

Non trova alcuna parola, posso chiaramente vedere la sua mente frugare tra i cassetti alla ricerca della giusta frase, ma sembra come un bambino sorpreso a mangiare la marmellata di nascosto che non trova alcuna scusa per giustificarsi.

Così parlo io, sempre ad un tono di voce impercettibile, che solo Adrien, con quella sua attenzione speciale, può sentire.

– E’ tutto a posto? – è chiaro che non lo è, ma voglio sentirlo dire da lui.

Sembra riprendersi, scuote la testa con noncuranza: – Si, certo. Tutto a posto. Certo. –

Sfugge il mio sguardo e si mette a scrivere. Sul serio questa volta, nascondendo con la mano gli scarabocchi precedenti.

Vorrei indagare, non lasciare che si chiuda sempre di più, ma quando sto per aprire bocca la voce del professor Simmons si frappone tra me e Adrien:

– Osservando questo grafico, signorina Clarke, saprebbe dirmi a che velocità si stava muovendo il corpo all’istante tre? –

La mia attenzione si sposta dalle lentiggini di Adrien alla lavagna dove studio per un attimo il digramma.

– Due metri al secondo. – Adrien ha bisbigliato e con la coda dell’occhio intravedo un leggero sorriso.

Ripeto la risposta e il professore è soddisfatto.

– Lo sapevo anche da sola. – punzecchio il mio vicino di banco.

– Ne ero sicuro, infatti non lo stavo dicendo a te. –

Sorrido anch’io e penso che forse è davvero tutto a posto. Sembra tornato il mio amico francese di sempre.

***

Non posso crederci. Ho guardato l’orologio almeno mezz’ora fa e invece la lancetta si è spostata di appena due minuti. Deve essere rotto.

– Si può sapere che hai? – Edward mi richiama da dietro. – E’ dall’inizio dell’ora che continui a muoverti, cominci ad irritarmi. –

La prof di storia è troppo impegnata a leggere qualcosa dal libro con quella sua voce acida e fastidiosa per accorgersi che mi giro per rispondere al mio amico.

– Forse non dovrei dirtelo…-

– Forse non dovresti dirmelo?! Ma andiamo, sono il tuo migliore amico.-

– No, Adrien è il mio migliore amico. –

– Mi ritengo formalmente offeso. –

Edward mette un broncio simile a quello di un bambino giusto per un secondo, poi torna all’attacco:

– Avanti, racconta. –

Getto uno sguardo alla cattedra per controllare che la professoressa sia ancora nella stessa posizione. Crediamo che sia l’ultima specie di dinosauro sopravvissuto fino ai giorni nostri e non bene chiara è la sua età. Sembra la fusione di uno quei gargouille che stanno su Notre Dame che mi ha descritto Adrien e un topo dagli occhietti piccoli che cercano di osservare il mondo circostante attraverso le lenti sempre sporche di un paio di occhiali dorati.

– Credo che ci siamo. –

Edward inarca un sopracciglio per chiedere maggiori dettagli.

– Io e Elizabeth intendo. –

– Vuoi dire…-

– Sì. –

– Intendi proprio quello? –

– Sì. –

– E credi che lei…-

– Sì. –

– Caspita. –

Quasi più emozionato di me Edward si lascia andare sulla sedia con le mani strette a pugno con i due pollici alzati in segno di incoraggiamento e un sorriso esagerato stampato sul viso spigoloso.

A volte il comportamento di Edward è imbarazzante, ma la tensione che sto accumulando si risolve in una risata.

Eccolo il dinosauro che drizza il capo squamato e mi richiama all’ordine con un ruggito.

Torno a chinarmi sul mio banco, ma impossibile restare calmo.

Non so cosa sia cambiato, ma lo sento, oggi io e Elizabeth compiremo quel passo che spaventa tanto quanto lo si desidera.

In any other World \2

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2

[Qui il primo capitolo]

Adrien alza lo sguardo per osservare il cielo che si sveglia. La primavera è in arrivo, sente la sua leggerezza nell’aria, i profumi fanno capriole al ritmo del vento, salgono e scendono. Un po’ come i sentimenti nel suo cuore. E nel suo stomaco.

E’ questo essere innamorati? Si chiede. Se è così non vuole smettere più di esserlo. Innamorato.

Fa quasi paura pensarlo. Una parola così piccola, così innocua e, allo stesso tempo, nello stesso numero di sillabe, così carica di paura, di incertezze.

Si è alzato prima del solito, vuole arrivare presto davanti a scuola, vuole assaporare ogni istante in sua compagnia.

Adrien ha paura. Sta scoprendo qualcosa, qualcosa di sé, che lo spaventa ancora di più di quella piccola parola che è amore.

Sente qualcosa, dentro di sé, e capisce che è diverso da quello che gli è sempre stato sempre detto.

Sa che dovrebbe fermarsi a pensarci, darsi una risposta. Ma la paura è troppa, e quindi sceglie di non porsi nemmeno la domanda, perchè rispondere significherebbe scegliere una parte, e lui non è sicuro di quale sia la parte giusta.

Ma d’altronde esiste una parte giusta?

Così Adrien non se lo chiede, perchè finché non se lo chiede non risponde e finché non risponde tutte le risposte sono possibili. Così riempie le sue giornate tra gli amici, lo studio e lo musica. Fa sempre in modo di non essere nel silenzio perchè è nel silenzio che i pensieri trovano più facile farsi strada.

Cominciano ad avanzare sulle punte dei piedi, non te ne accorgi, sono così sottili e flebili che non ti viene difficile ignorarli, ma poi, eccoli, spietati, ti mettono al muro, ti si stringono attorno alla gola e ti soffocano con le loro pretese e devi cedere e rispondere.

E capire chi sei.

Ma se come Adrien capire chi sei ti spaventa, scegli di tenere lontani i pensieri e devi fare attenzione a non farti cogliere impreparato.

Adrien cammina nella luce del mattino e si concentra sulle parole di una canzone che ricorda poco. E’ solo una scusa, a lui non importa davvero di quella canzone. Deve solo smettere di pensare. Non cominciare proprio.

 And when the night is cloudy,
There is still a light that shines on me,
Shine on until tomorrow, let it be…[1]

E poi? Come continuava?

Green Hill si sta svegliando. Un piccolo paese perso tra le verdi colline della Cornovaglia. Ogni tanto Adrien si chiede come sia il mondo fuori da lì. Lontano dalle tende di pizzo che si sollevano ogni volta che in strada accade qualcosa e, dietro ad esse, occhi curiosi sbirciano e bocche scattano, pronte a commentare. Non sei libero di essere chi sei se chiunque è pronto a giudicarti.

I cancelli della scuola sono ancora chiusi. Il sole spunta da sopra il tetto della scuola. In primavera il viso di Adrien si riempie di lentiggini. E’ esile, a volte si sente un sottile foglio di carta in balia del vento.

Questo vento a volte è forte, impetuoso e lo sbatte nella vita, e lui non può opporsi, deve lasciare che sia.

Let it be…

Altre volte è delicato e lo guida dolcemente sui suoi passi. Lo saluta, scherza e gioca coi suoi capelli biondi. Adrien è bello, ma non lo sa.

Non la solita bellezza, quella che vedi sulle riviste che ti macchiano le dita con l’inchiostro troppo carico, una bellezza un po’ unica. Rara. Come lui.

Ha un sorriso storto, ma non sorride spesso, quindi i suoi sorrisi diventano qualcosa di speciale, che desideri collezionare, come i francobolli colorati che arrivano dall’Oriente.

Ora che è innamorato Adrien sorride un po’ di più, ma di nascosto, quando sa che nessuno lo vede.

Quando sa che lui non lo vede.

Sì, perchè a Green Hill Adrien non potrebbe mai ammetterlo.

Ammettere di essere innamorato di un ragazzo.

– Come sei mattiniero oggi. – Adrien sobbalza terrorizzato dall’idea che Elizabeth possa aver capito tutto dalla sola espressione sul suo volto.

– Arriva la primavera. – risponde lui  senza però guardare l’amica negli occhi. Elizabeth ci è abituata, ormai conosce Adrien e il suo sguardo sfuggente, che non incontra ma quello degli altri. Sembra andare oltre, raggiungere luoghi che lei non potrebbe vedere nemmeno socchiudendo gli occhi. Anche il modo di parlare di Adrien a volte è inusuale, si esprime come se molte cose fossero scontate e per lui lo sono davvero, ma non tutti lo capiscono e quindi Adrien ha pochi amici.

Pochi, ma speciali.

– Non immagini cosa mi sia successo ieri, stavo andando con mia sorella…-

Elizabeth parla. Ad Adrien piace quando Elizabeth parla perchè ha una voce leggera e profumata come i fiorellini azzurri che ricoprono i prati quando la natura si sveglia. Myosotis o non ti scordar di me, è così che si chiamano quei fiori. Adrien non potrebbe mai scordarsi di Elizabeth. Potrebbe stare ad ascoltarla per ore, lasciando che quella voce lo porti lontano come quando lei racconta dello zio che viaggia spesso e che un giorno è stato in Italia e un altro ancora è stato in America. Oppure vicino, proprio dietro l’angolo, oltre il bancone di “La Casa del Bottone”, la colorata sartoria dove Elizabeth passa a volte per aiutare la madre.

Però ora non riesce proprio ad ascoltarla perchè da sopra la sua spalla vede Edward e allora la voce di Elizabeth diventa uno sfondo indefinito, come il mondo fuori dalla finestra bagnata dalla pioggia, distorto dalle goccioline d’acqua.

– Adrien, ma mi stai ascoltando? – chiede Liz piccata. Non capita spesso che l’amico non la ascolti e ci deve essere qualcosa che non va. E’ arrossito.

Ora lui annuisce, poco convinto. Ma va bene così perchè è arrivato anche Colin e quando arriva Colin per Elizabeth è come quando per Adrien arriva Edward.

“L’unica differenza” pensa Adrien “è che anche per Colin è così.”

Farebbero invidia a chiunque quei due. Ma non ad Adrien, lui riesce solo ad essere felice per loro.

Adrien ha sempre ammirato Colin. Alto, con le spalle larghe, lo sguardo sempre fiero, sicuro di se. Lo ha preso sotto la sua ala dal primo giorno, quando è arrivato in quello strano paesino in quello strano posto chiamato Cornovaglia. Sono passati anni da quel giorno, ma ad Adrien manca ancora la Francia. Si ricorda gli infiniti campi viola di lavanda e quell’odore penetrante che fa parte della sua anima. Ripensa spesso ai bombi che ronzavano sui fiori, da un pistillo all’altro, facendo vibrare l’aria.

Il ricordo del suo Paese si sovrappone al bacio che Elizabeth e Colin si stanno scambiando. Adrien si sorprende a pensare che lui non sa di che cosa sappiano i baci. Forse di lavanda…

Il piazzale della scuola si riempie di studenti e i ragazzi si trovano circondati da una manciata di loro coetanei. Si conoscono un po’ tutti, condividono le stesse vie, le stesse giornate, tutti sanno tutto a Green Hill.

Sembra tutto come sempre. Come ogni mattina. Sono lì, davanti a quel cancello un po’ scrostato. Colin, Elizabeth, Adrien e Edward.

E come ogni mattina Jodie è in ritardo. Però quel giorno cambierà qualcosa. Chissà, se loro lo avessero saputo, se si sarebbero comportati diversamente.

***

– E dopo la partita potremmo andare al cinema, il film su Dracula [2] potrebbe essere interessante. –

Faccio fatica a seguire il discorso di Colin, c’è qualcosa che mi occupa i pensieri, ma allo stesso tempo non posso rischiare di finire a vedere uno dei suoi terribili film, quindi storco un po’ la bocca e rispondo:

– Che ne dici invece de “Gli Aristogatti”, deve essere carino. –

Ogni tanto mi piace ancora perdermi in qualche film d’animazione e tornare bambina. Il mondo va troppo in fretta, perchè siamo costretti a seguirlo? Non c’è forse permesso un intervallo, proprio come al cinema? Mettiamo tutto in pausa e possiamo riprendere fiato tra un atto e l’altro. Poi tutto ricomincia come se non fosse mai successo nulla. Il film riparte. La vita riprende.

Prima che Colin raggiunga la sua classe mi decido a esporgli ciò che mi preoccupa:

– Non ti sembra che Adrien sia un po’ strano in questo periodo? –

Lui sembra pensarci su. Ma d’altronde che posso aspettarmi? “E’ un ragazzo”mi diverto a pensare. Infatti:

– Che cosa vorresti dire? A me sembra il solito Adrien, taciturno e riservato. –

– Non so…- in effetti non so bene spiegare cosa sia, ma sento che c’è qualcosa.

– Ne parliamo dopo meglio se vuoi. –

Colin mi stampa un bacio sulla guancia ed entra in classe.

Io proseguo lungo il corridoio ma vengo fermata da un tornado:

– Eccomi! – strilla Jodie appoggiandomi le mani sulle spalle per frenare la sua corsa sfrenata. Quasi perdo l’equilibrio e scoppio a ridere.

– Lasciami indovinare, oggi è stata la sveglia a non suonare. –

– Magari! – sbuffa lei alzando gli occhi al cielo e io aspetto il racconto del giorno che giustifichi il suo ritardo.

– Quel teppistello di Carl ha pensato bene di infilarsi una biglia nel naso e non riusciva più a levarsela. Io lo avrei anche mandato a scuola così, tanto respirava, ma Susan si è messa a piangere dicendo che lei in classe con uno con una biglia nel naso non ci sarebbe andata. –

Ho sempre considerato la famiglia di Jodie incredibile. I suoi fratelli sarebbero capaci di far tremare il mondo intero se non ci fosse lei a gestire tutto.

Jodie. Sotto quel caschetto di capelli neri si nasconde una forza incredibile. Piccolina, con un paio di occhi verdi che sembrano nascondere foreste e un affilato naso all’insù sembra la ragazza più debole e indifesa del mondo, ma io penso che non ci sia nulla che lei non sappia e non possa fare.

Adrien ha ragione, sta arrivando la primavera, la natura si stiracchia e con essa ci stiamo svegliando anche noi.

NOTE:

[1] Let it Be – Beatles

[2] Il Conte Dracula (1970)

***

Angolo autrice:

Ho paura di essermi imbarcata in un’impresa troppo ardua, non ho mai gestito storie con più di due personaggi principali, ma Adrien insiste e non riesco a trattenermi dallo scrivere questa storia. Grazie a chi ha cominciato a entrare tra le strette vie di Green Hill. Anche se piccola sarà facile perdesi tra le sue storie.

Animali Fantastici – copertina

Prima dell’estate avevo cominciato una storia che vedeva come protagonista Newt Scamander e come sempre ho cominciato a pubblicarla su Wattpad.

Per qualche mese l’ho poi lasciata in sospeso fino a che, ricevendo recensioni positive, mi sono decisa a tornare all’opera. Curiosando poi su Wattpad nella categoria di “Animali Fantastici ” ho scoperto la storia di un’altra ragazza con la mia stessa copertina.

La MIA copertina.

E la cosa mi ha dato particolarmente fastidio…

Questo, però, oltre a portarmi a lasciarle una recensione in cui le ho sottolineato che avrebbe anche potuto chiedermi il permesso, ha fatto sì che mi decidessi finalmente a ridisegnare la copertina in questione nello stile usato anche per le storie di Sherlock (Anche un Orologio Rotto e Remember)

Che ne dite?

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In any other world

Ho ripreso a scrivere…mi mancava troppo.

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1

Nevica. I fiocchi bianchi sono delicati, come le loro vite di un tempo. Prima che andasse tutto storto, prima che aprissero gli occhi. Prima che si fossero trovati nel mondo dei grandi.

Ma ora non c’è altro modo per rimediare.

– E’ davvero la giusta cosa da fare? – la voce di Jodie è solo un sussurro nella notte, mentre si stringe al braccio di Thomas. Lui, più alto di lei di una spanna, si perde nell’odore dei suoi capelli. Sì, è davvero la cosa giusta da fare, se non vuole perdere quelle sensazioni.

I cristalli di neve si illuminano per un istante quando sfiorano la luce del lampione, per poi cadere nell’oscurità.

– Sei ancora in tempo per tirarti indietro. – le ricorda Colin senza voltarsi. La sua voce è sicura. Forse troppo.

Forse a voler nascondere l’insicurezza che lo attanaglia.

– No, mai! – il viso di Jodie si imporpora, non per il freddo. Hanno fatto una promessa, la notte prima. Avevano promesso di farlo insieme. E di non voltarsi indietro.

Non era stato difficile scegliere dove. Quella panchina, sotto quel lampione. Era lì che aveva avuto inizio tutto. Quello era stato il luogo da dove si erano affacciati sul mondo. E da lì dovevano lasciarlo, quel mondo.

Colin si ferma sotto il fascio di luce mentre un sottile strato di nevischio va a depositarsi sulle sue spalle larghe. Nuvolette di fiato escono dalle loro bocche che respirano sempre più affannate. Negare di essere spaventati sarebbe una bugia.

Accanto a Colin c’è Elizabeth. Ed è sempre stato così. Nessuno potrebbe immaginare Colin senza Elizabeth e Elizabeth senza Colin. Una di quelle storie d’amore che credi di poter trovare solo nei libri, ma in questo caso sono loro ad essersi trovati, già da molti anni.

Rimasti indietro sono Adrien e Edward. Il passo del primo è così leggero da non lasciare quasi impronte sulla neve. Il secondo lo osserva di sottecchi e pensa che non è mai stato così bello, con i fiocchi di neve che si impigliano alle ciglia e le lentiggini coperte dal rossore delle gote infreddolite.

Dopo le prime parole tacciono tutti. Sentono il peso del momento farsi strada tra di loro. Quasi non hanno il coraggio di guardarsi tanta è la paura che provano, ma temono che se i loro sguardi si incrociassero allora scoppierebbero a ridere e direbbero che si tratta solo di uno scherzo, che mica vogliono farlo loro, di scappare.

Però vogliono scappare tutti, quindi nessuno alza lo sguardo.

– Come avevamo pensato? – domanda Colin rompendo il silenzio.

E’ sempre stato lui il leader del gruppo, quello che sa prendere le decisioni difficili.

La domanda non ha bisogno di risposta. Edward annuisce ed è il primo a girarsi.

Si danno tutti le spalle. Si toccano, schiena contro schiena.

Le dita di Elizabeth tra quelle del suo ragazzo. Così come quelle di Jodie stringono la manica di Thomas.

Le mani di Adrien tremano ancora sfiorando Edward.

E’ una notte senza luna. Buia come il loro futuro. Senza certezze, ma affascinante e intrigante come non mai. Pieno di promesse.

– Ci rivedremo? – domanda Jodie timidamente. Non poteva andarsene senza averlo domandato, senza averlo sperato.

– Tra quindici anni di nuovo qui. Va bene? Qui, sotto questo lampione! – Colin si infervora al pensiero. L’idea di un futuro in cui le loro vite sono migliori e possono incontrarsi un’altra volta nella loro vecchia vita.

Immagina quando arrivando scorgerà Adrien seduto sulla panchina, sempre guardando in basso. Fantastica sull’arrivo di tutti i suoi amici. Rideranno tanto. Diranno “Ti ricordi…” e ricorderanno. E rideranno ancora.

Poi si incammineranno verso il Connor Pub, il bizzarro bar irlandese all’angolo. Insieme.

E davanti una tazza di cioccolata potranno raccontarsi le loro vite.

Il freddo fa tornare Colin al presente. Gli altri sono d’accordo.

Si rivedranno, è una promessa. Ma ora devono andare.

Muovono insieme quei passi carichi di speranze tanto da essere quasi troppo pesanti.

Prendono tre direzioni diverse e camminano.

Non si voltano indietro.

Forse Jodie sì, ma lo negherà sempre.

La notte inghiotte le tre coppie che svaniscono senza lasciare traccia.

Quando al mattino il paese si sveglierà sentirà un vuoto. La colpa aleggerà nell’aria ghiacciata d’inverno. E tutti si sentiranno colpevoli di aver ferito quelle giovani vite. Per averle schiacciate sotto i pregiudizi. Per averli stretti nella morsa dell’ignoranza. Per averli messi con le spalle al muro.

Colin, Elizabeth, Jodie, Thomas, Adrien e Edward, troppo giovani per ciò che hanno affrontato, ma ancora una volta pronti a rimettersi in piedi.

Mentre i volti stanchi si affacciano alle finestre osservando i ricami di ghiaccio che ha tracciato l’inverno loro sono già lontani e ripensano a come tutto ha avuto inizio, a come da semplici bambini sono cresciuti e si sono scontrati contro il mondo.

***

Il primo personaggio ad essere nato è stato Adrien. Settimana scorsa è venuto a farmi visita cominciando a raccontarmi la sua storia. Una storia piena di gioie e di tristezze. Lo avrete capito, Adrien è gay e, nel suo paesino dalla mentalità ristretta è stata dura convivere con se stesso. E così ha cominciato a sfogarsi raccontandomi del bullismo, delle prese in giro e della reazione dei suoi genitori e dei vicini.

Dopo un po’, grazie ai suoi racconti, ho conosciuto anche Colin e Elizabeth i suoi migliori amici. Anche loro hanno avuto una storia difficile e Adrien infine me li ha presentati.

Da poco sono comparsi anche Thomas e Jodie, ma non li conosco ancora bene…

Non so cosa verrà fuori da questa storia, ma la considero una storia importante per me e per chi come me ora si trova in quello strano periodo detto “adolescenza”. Se deciderete di andare avanti anche voi conoscerete Adrien, Edward, Colin, Elizabeth, Jodie e Thomas e non ve li toglierete più dalla testa.

[La storia continuerà su Wattpad: https://www.wattpad.com/story/92283301-in-any-other-world]