La grammatica è un optional?

Amo scrivere. Ho bisogno di scrivere, per me è essenziale come è essenziale respirare. Senza non c’è vita, per me. Scrivo ogni giorno, ogni volta che posso: storie, racconti, saggi, monologhi teatrali. Scrivo su fogli, a mano, a macchina, al computer, sul banco, su post-it…

È dunque scontato dire che bazzico anche i più conosciuti siti di pubblicazione libera di storie. La mia prima iscrizione a EFP risale a quando avevo dodici anni (cinque anni fa…come passa in fretta il tempo!).

Da tre anni scrivo invece su Wattpad.

Raramente leggo storie su internet, per il semplice motivo che se voglio leggere preferisco avere un libro tra le mani piuttosto che stare davanti allo schermo. Ogni tanto però mi capita di curiosare tra le storie, sia quelle più famose, sia le nuove.

Di storie belle ce ne sono…basta trovarle.

Sì perchè sono sommerse tra centinaia (se non migliaia) di storie considerabili spazzatura. Trame inconsistenti, banali, già viste e riviste.

E la grammatica.

Non parliamo della grammatica. Verbi, congiunzioni, costruzioni di frasi…tutto che pare essere fatto completamente a caso.

E le virgole?

O non ce n’è proprio, o ce n’è troppe: state certi che in ogni caso saranno sempre al posto sbagliato.

E la cosa peggiore è vedere queste storie ricevere centinaia, migliaia, di voti e letture quando magari storie molto più valide vengono ignorate perchè i protagonisti non sono gli One Direction o non c’è nessuno che si fa una ragazza ogni capitolo.

Per non parlare delle commentatrici che credono di essere a conoscenza di tutto lo scibile umano e correggono parole che in realtà sono giuste (e questo mi è capitato in prima persona ed è piuttosto irritante. Avete mai aperto un dizionario nella vostra vita?)

Oggi ho conosciuto una ragazza che condivideva le mie stesse idee in merito. Anche lei scrive su Wattpad e ho pensato di dare un’occhiata alla sua storia.

No comment. Rispecchia esattamente la categoria di storie che lei stessa critica declamandosi una scrittrice in gamba.

Così, dopo aver abbandonato il suo lavoro alla terza riga ho pensato

“Ora resto qui finché non trovo una storia con i congiuntivi al posto giusto.”

L’ho pensato alle sei di questo pomeriggio.

Sono ancora qui.

Scusate lo sfogo.

Amo scrivere. Ho bisogno di scrivere, per me è essenziale come è essenziale respirare. Senza non c’è vita, per me. Scrivo ogni giorno, ogni volta che posso: storie, racconti, saggi, monologhi teatrali. Scrivo su fogli, a mano, a macchina, al computer, sul banco, su post-it

e vedere come certe persone trattano la nostra lingua, le nostre belle parole, mi fa venire la nausea.

 

 

 

Cambiamento

Mezzanotte, troppi pensieri per la testa per prendere sonno.

Giovedì, al corso di teatro, ci hanno chiesto cos’è, per noi, il cambiamento.

L’ho trovata una domanda interessante, di quelle che non hanno solo una risposta, ma soprattutto non hanno una risposta giusta.

Estate 2015…lì sì che era cambiato tutto o forse ero solo cambiata io. Avevo scoperto il silenzio, il piacere della solitudine, il capire se stessi.

Da quei giorni sono cambiate molte altre cose. Nuovi amici, altri persi per strada. Nuove priorità, i problemi di un tempo sono solo buffi ricordi.

Cos’è il cambiamento? 

È la ricerca di un’identità. Andiamo a tentativi, ci cerchiamo. Prima o poi ci troveremo.

Cambiamo per piacere agli altri. O cambiamo per piacere a noi stessi?

Ci accorgiamo di star cambiando?

Oppure è un passaggio naturale, talmente impercettibile che non riesci a coglierlo. Semplicemente un giorno ti svegli e capisci di essere diverso.

Le persone che incontriamo ci cambiano. Le storie che sentiamo, che viviamo. Siamo un pezzo di cera morbida che si modella nel tempo, sotto gli avvenimenti. Non raggiungiamo mai una forma definitiva. Noi siamo cambiamento.

E per voi cosa significa cambiare?

Quando vi siete accorti di essere cambiati? 

Buona notte sognatori.

Riflesso

Dedicata a te

Riflesso

Si lascia una scia umida alle spalle, la goccia che sto osservando. Trema leggeremente, scossa dalle vibrazioni. Non è sola, sul vetro, eppure lo sembra. Abbandonata in una corsa a vuoto. E così è per tutte le altre, infinite gocce di pioggia, ciascuna per sé, lanciate in un mondo che non capiscono. Ma in fondo non è forse la stessa nostra sorte? Umani…non siamo altro che milioni di gocce su un vetro troppo grande. E non facciamo che scivolare. Scivolare. Scivolare. Ci sarà qualcuno ad afferrarci alla fine?

Il mondo, al di là del finestrino, è distorto, come un quadro impressionista. Un tocco giallo è il faro di una macchina, una macchia rossa è l’ombrello di un bambino.

L’autobus traballa. Si ferma. Quando le porte si aprono una folata di vento gelido si siede su un sedile, scenderà alla prossima fermata.

L’altro posto viene occupato da un ragazzo. Lo vedo riflesso nel vetro. Smetto di guardare le gocce che si rincorrono. A volte si incontrano. Anche noi umani, a volte, ci incontriamo.

Seguo il suo profilo di vetro, la sua immagine trasparente sovrapposta al mondo. C’è qualcosa in lui, qualcosa di diverso. Cosa lo distingue da tutte le altre gocce?

Gli angoli della bocca sono leggermente piegati, verso l’alto. Un sorriso? O solo l’ombra di esso?
E’ il ricordo di un sorriso. Una linea malinconica che arriva dal passato.

Gli occhi, nel vetro, sembrano ancora più azzurri, liquidi di pioggia. Sono una tempesta, un mare grigio di emozioni dove la pupilla trema, perduta.

Capisco. Quello che sto vedendo non è che il riflesso di un animo perso nella vita, alla ricerca di sé. Si è perduto, forse da poco, forse da sempre, e cerca ovunque la sua identità. Come Peter Pan la sua ombra.
Si morde il labbro. Vorrei sapere cosa pensa, un piccolo movimento apparente corrisponde sempre a un grido interiore. E’ l’onda che traspare in superficie quando negli abissi si stiracchia la tempesta.

Provo a indovinarlo.

I suoi lineamenti sono dolci. La pelle è chiara, con questa luce quasi cerea. Le palpebre sono stanche, segno di una notte passata a rigirarsi nel letto, tra le coperte che sembrano sempre troppo corte. Le mani. Le dita giocano con il bottone della giacca. Le unghie riportano i segni dell’irrequietezza, altri segnali che qualcosa non va, dentro.

Sbadiglia, si porta la mano al viso. Sfiora la pelle coi polpastrelli. I muscoli sembrano rilassarsi. Porta un segreto, dentro di sé, qualcosa che forse non è chiaro nemmeno a lui. Fa dei pensieri, a volte, pensieri che al momento lo fanno sorridere, come sta facendo ora, ma che poi lo spaventano.

Si può aver paura di se stessi? Forse più che degli altri. Perchè gli altri sono prevedibili, mentre noi siamo ogni giorno una scoperta per noi stessi. Cambiamo, mutiamo come il vento. Ora il suo vento sta soffiando forte, non può ignorarlo, anche se vorrebbe perchè sarebbe più facile.

Potrebbe provare a fare finta di niente, ma prima o poi dovrà piegarsi, per non spezzarsi. Allora comprenderà la sua natura e starà solo a lui accettarsi. Che lo facciano tutti gli altri non ha importanza. Ha importanza che lui capisca che va bene. Va bene così. E’ perfetto così com’è, in quel suo sorriso sottile che nasconde un mondo. Un mondo che io ho visto riflesso in un vetro, ma che tra poco anche lui sarà in grado di vedere.

Forse non appena sarà sceso da questo autobus, come la goccia che scivola dal vetro e sparisce, per sempre, ai miei occhi assieme al suo riflesso.

Io non ci credo.

L’uomo ha inventato Dio per inventare se stesso

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Questa è una frase che mi ronza in testa da quando, durante la giornata della Memoria, a scuola abbiamo guardato il film “Train de Vie”

Inoltre, nelle ultime settimane, il tema “credi in Dio?” mi si è presentato sotto varie forme:

  • A scuola ci stiamo esercitando nella scrittira del saggio breve per la maturità e settimana scorsa il tema è stato “L’eden, paradiso terrestre, oggi.”
  • Il giorno seguente, non facendo religione, ho avuto un’ora buca e il bidello si è fermato a chiacchierare. Mi ha quindi chiesto come mai non faccio religione e alla mia risposta “perchè non credo in Dio” abbiamo cominciato a confrontare le nostre teorie e opinioni.
  • Quella stessa sera, raccontando a una mia amica della chiacchierata col bidello, abbiamo cominciato a discuterne nuovamente.

 

Insomma, davvero è una delle domande più grandi e complesse che potremmo porci, di pari passo con “qual è il senso della vita?”

Più vado avanti più mi viene difficile credere in un dio qualsiasi. Rigetto proprio l’idea di spiritualità in sé tanto che mi sto interessando alla corrente filosofica del materialismo che considera realtà solo ciò che è materia e la morte è vista come la fine.

Ancor più scettica sono, infatti, per quanto riguarda la vita dopo la morte. Sono dell’idea che l’uomo abbia creato l’immagine del paradiso (nel cristianesimo come in altre religioni, o le reincarnazioni ecc.) solo perchè non tollera l’idea che la sua vita non abbia uno scopo. Abbiamo così bisogno di credere che non sia solo tutto qui da aver immaginato un dopo totalmente fantasioso del quale non c’è la minima prova. Da questo punto di vista potrebbe sembrare che considero la vita inutile e senza significato…diciamo che non credo in un significato più grande, un fine superiore, però, nonostante questo, riesco ad amare la mia vita e ad essere felice pur pensando che quando sarà finita, sarà finita. Punto. Voglio vivere al meglio, ma fin che c’è. Non ho bisogno di un dopo. Io sono qui e ora. Non mi importa se c’è un Dio che ci ha creati tanto per gioco per poi lasciarci qui. Non credo che questa vita sia dolo una transizione, non ci credo e non lo voglio. Risultati immagini per paradiso

Beato Angelico – Giudizio universale (dettaglio)

Sostengo che il Paradiso abbia lo stesso valore di un luogo letterario immaginario esattamente come Narnia, la Terra di Mezzo o Hogwarts, perchè è di questo che si tratta, un ambiente di fantasia descritto in un libro.

Un libro scritto dall’uomo.

E qui si ritorna: gli artefici del nostro Dio siamo noi. Io scelgo di non crearmelo.

E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona
Che sia fatta adesso la sua volontà

(da “Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia)

È un altro aspetto che mi infastidisce della religione, preghiamo che questo Dio buono e misericordioso venga e migliori il mondo. Un mondo che noi stiamo rovinando. In questo caso credere in Dio sembra convenienza, lo si prega per chiedere favori, ci aspettiamo aiuto e compassione.

Troppo facile.

Come ho già detto in un precedente articolo, ammiro chi ha una fede incrollabile e non voglio in alcun modo condizionare il pensiero altrui, così come io sono libera di non crederci.

Una Valigia di Passi

Storia presentata al concorso di scrittura della mia città

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L’aria si addensa in un’ombra di fiato che si solleva impalpabile, verso le stelle. E lì scompare, inghiottita dalla notte.

Freddo. Non avrei mai immaginato che potesse scottare, nessuno me lo aveva mai detto. Punge la pelle.

Però non voglio rientrare, non ancora. Guardare le stelle rende più sopportabile la distanza. Sembrano così lontane, irraggiungibili eppure, paradossalmente, mi fanno sentire vicino a casa. Se chiudo gli occhi posso pensare di essere sotto la stessa luna dei miei genitori. Di mio fratello.

 

Ho gli occhi appannati dal sonno e non noto subito quella stella che si stacca dal cielo e scivola, vacillando, verso la terra.

È bianca e leggera e riflette la luce della luna. Piena.

Penso…penso che potrei quasi toccarla. E lo faccio.

Allungo la mano, distendo le dita e col polpastrello la sfioro quando è abbastanza vicina. È fredda.

Neve.

Guardo il ricamo di ghiaccio continuare la sua caduta. Prima ancora che me ne renda conto l’aria si fa palcoscenico di uno spettacolo magico. I tutù di neve oscillano delicati nell’aria e, tra le capriole, si posano ovunque. Anche su di me. Anche sui miei capelli neri come questa notte. Anche sul palmo della mia mano tesa ad afferrarli.

Ne prendo uno. Lo stringo.

E lui scompare in una lacrima. Non si può pensare di prendere una stella.

Sospiro. Un gesto così semplice, ma mi sento come se un peso mi fosse caduto dalle spalle. Un bagaglio troppo grande da portare, una valigia riempita troppo in fretta di paure e speranze che mi porto dietro da tempo. Tanto tempo.

Una volta in Italia sarai al sicuro, dicevano. Solo ora, qui, in questa notte posso chiedermi: è davvero tutto finito?

Posso davvero lasciare andare quella valigia che ho trascinato sulla sabbia del deserto?

Quando sono partito era leggera, non c’è stato tempo di pensare a cosa portare via con me, in questo viaggio all’inferno, e così ci ho riposto solo un desiderio; voglio un futuro, voglio vivere. L’ho nascosto sul fondo, avvolto in un fazzoletto perché restasse al sicuro e lontano da occhi indiscreti.

Ma poi quella valigia si è fatta più pesante, giorno dopo giorno. Vi ho messo le impronte lasciate nel fango delle mie scarpe consumate, sono entrate le lacrime e il sudore. E la paura. Tanta paura, a volte così pesante da gravare sul petto, da rendere quasi impossibile respirare tanto era opprimente, vischiosa, scura. Scivolava nei polmoni e sentivo di star affogando nella vita.

Con un altro sospiro lascio che tutto questo esca, che si riversi in questa notte che mi avvolge come in un abbraccio che, anche se gelato, mi scalda il cuore.

Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, la mia vita per sfuggire alla guerra. Nel mio paese sei costretto ad arruolarti a diciassette anni e non ci sono alternative, se non scappare.

Gli istanti di quel giorno li rammento come dilatati, mia madre in cucina stava lavando una tazza. Ricordo come si è immobilizzata, le dita bianche a stringere la spugna. La tazza è caduta e si è infranta al suolo.

Cocci bianchi sul pavimento.

Si è voltata verso di me, i suoi occhi colmi di lacrime.

– Scappa, Arman. –

La sua voce non è uscita, ma il sguardo lo urlava disperatamente.

Guardando fuori dalla finestra ho visto ciò che l’aveva spaventata: in lontananza una jeep militare avanzava sobbalzando sollevando la polvere della strada.

Era il mio turno, erano venuti a prendermi.

Così come era successo per Yusef. Mio fratello. Che non era mai tornato. Morto in una guerra che non era sua.

Non ho avuto il coraggio di muovermi, pronto ad affrontare il mio destino, ma mia madre mi si è gettata contro, quasi spingendomi, e allora la sua voce è sbocciata:

– Va via di qui, vattene! Vivi! Resta vivo! –

E con quelle parole ricordo solo la strada che scorreva sotto i miei piedi e la mia casa farsi sempre più piccola alle spalle così come lontani si facevano i singhiozzi della donna che mi aveva cresciuto e amato.

Corsi. Corsi come se fosse l’unica cosa da fare. Corsi perché era l’unica cosa che potessi fare. Corsi con l’aria che mi affondava nel petto come una lama. Corsi finché le gambe non cedettero e mi trovai a terra, in ginocchio. E poi tutto divenne buio e non riuscii più a distinguere il sopra dal sotto. Il reale dall’irreale. La vita dalla morte.

Mi sono svegliato che il mondo girava. Attorno a me un leggero mormorio incessante. Provai ad aprire gli occhi e mi resi conto che lo erano già, aperti. Ero semplicemente immerso nell’oscurità.

Percepii la presenza di altri corpi attorno a me, altri respiri. Un violento scossone mi fece cadere nuovamente a terra. Ci stavamo muovendo. Un camion, forse.

Lentamente mi abituai a quel buio opaco e cominciai a individuare sottili lame di luce che penetravano da dei fori sulla parete.

Con gli occhi catturai sguardi. Sguardi spaventati, occhi grandi per la paura, con le pupille scure lanciate in una danza folle per cercare un punto a cui aggrapparsi. Qualcosa che potesse dare conforto, sicurezza.

In quei volti vidi riflesso il mio.

Una mano mi toccò la spalla, ero troppo stanco persino per spaventarmi. Voltandomi mi trovai davanti un viso giovane, dalla pelle talmente scura da confondersi con l’ombra e due grandi occhi liquidi. Nella mano teneva una crosta di pane. Me la porse.

Guardai la ragazza. Doveva avere all’incirca la mia età. Il suo ventre era gonfio, custode di un giovane uomo. Custode del futuro.

Con la mano tremante le richiusi le dita sul pane. Ne aveva più bisogno lei di me.

Il breve contatto mi aveva tranquillizzato anche se il mio respiro faticava a quietarsi. Non c’era nulla che potessi fare se non aspettare. E aspettare. E aspettare.

Aspettare finché tutto sembrò perdere un senso, se mai ne avesse avuto uno.

Passarono giorni. Settimane in cui rimasi immobile, nella stessa posizione, come un feto nel grembo materno.

Il cibo era raro e razionato.

Non ho mai saputo chi fossero i guidatori, ma so che probabilmente la somma pattuita con i poliziotti libici doveva essere stata più alta di quella che gli avevano offerto le persone nel camion visto che, al confine, ci fecero scendere e ci consegnarono, venduti, alla polizia.

Quando hanno aperto il telone il sole è entrato prepotente, invadendo ogni angolo. Mi ha ferito gli occhi e per molto tempo il mondo mi è sembrato chiazzato di luce.

Ci hanno spinti sulla strada senza curarsi delle persone che non riuscivano a stare in piedi. Per la prima volta ho visto tutti i volti di coloro con cui avevo condiviso le ore più strazianti della mia vita.

Dopo poche ore di luce di nuovo oscurità. Trasferiti da una prigionia ad un’altra.

Dal camion alle prigioni libiche. Il tutto senza una parola, senza un perché.

Le uniche parole sono state quelle del fucile dalla lunga canna nera e fredda. Un colpo in aria, di avvertimento.

Un altro su un ragazzo che aveva tentato la fuga. Non si è più mosso. Lo hanno lasciato lì.

Nelle celle ancora una volta mi trovai ad essere perso nella dimensione del tempo. Nulla rendeva possibile distinguere il giorno dalla notte e talvolta sembrava si dimenticassero di noi e così quell’unico pasto che ci era concesso non arrivava, anche per giorni e giorni.

Pensai che il mio destino si fosse compiuto.

Non si può ingannare la morte, lei sa sempre dove aspettarti ed io ero stato così impudente da credere che sarebbe bastato scappare per sfuggirle.

Ma anche il mercante alla fine incontra la morte a Samarra.

Quella notte un gruppo di guerriglieri ribelli ha attaccato le prigioni. Ho sentito grida. Io stesso ho gridato. Spari, esplosioni. Macerie che ricadevano al suolo in un rumore assordante. Ho visto corpi troppo stanchi per potersi alzare stare ad attendere che la fine giungesse.

Poi è regnato il silenzio.

Silenzio è quello che sento ora. La neve ha coperto il mondo con il suo manto bianco e nulla risuona in questa notte. Ci sono solo io. Ci sono solo le stelle. Occhi di qualcosa di più grande e più misterioso.

– Vieni con me. –

Mi volto.

Gli prendo la mano.

E seguo mio fratello nel buio.

Ni parolas pri…

L’Esperanto

(Traduzione titolo: Parliamo di…)

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Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, l’esperanto si pone l’obbiettivo di abbattere una delle barriere che da tempo separano gli uomini del nostro pianeta.

« Non ricordo quando, ma in ogni caso abbastanza presto, cominciai a rendermi conto che l’unica lingua [soddisfacente per il mondo intero] avrebbe dovuto essere neutra, non appartenente a nessuna delle nazioni ora esistenti… Per qualche tempo fui sedotto dalle lingue antiche e sognavo che un giorno avrei potuto viaggiare per il mondo e con discorsi ardenti avrei convinto gli uomini a riesumare una di queste lingue per uso comune. In seguito, non ricordo più come, giunsi alla precisa conclusione che questo era impossibile e cominciai a sognare nebulosamente di una NUOVA lingua artificiale. »

(L.L. Zamenhof nella sua lettera a Nikolai Afrikanovich Borovko)

Si tratta di una lingua ideata dal medico polacco Ludovico Lazzaro Zamenhof e da esso sviluppata per cinque anni, dal 1882 al 1887.

Questa lingua si basa su principi di semplicità derivati dalle altre lingue esistenti.

Le regole della grammatica dell’esperanto sono state scelte da quelle di varie lingue studiate da Zamenhof, affinché fossero semplici da imparare e nel contempo potessero dare a questa lingua la stessa espressività di una lingua etnica. Anche i vocaboli derivano da idiomi preesistenti, alcuni da lingue non indoeuropee come il giapponese, ma in gran parte da latino, lingue romanze (in particolare italiano e francese), lingue germaniche (tedesco e inglese) e lingue slave (russo e polacco).

Essa si proprone come lingua neutra che non vuole, in alcun modo, andare a rimpiazzare la nostra lingua d’origine. Studiata come seconda lingua andrebbe a dissolvere il problema delle difficoltà di comunicazione tra le diverse culture e creerebbe un punto di contatto.

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L’idea di parlare tutti una stessa lingua sembra un po’ un’utopia e da un lato, forse, può anche intimorire. Questa nuova lingua potrebbe apparire come un invasore che desidera solo imporsi e rimpiazzare la nostra lingua madre.

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La lingua fa parte della nostra cultura, un po’ dice chi siamo e non potremmo mai abbandonare i nostri accenti e i nostri modi di dire per un idioma artificiale, creato in una provetta

Ma allo stesso tempo non sarebbe bellissimo che una barriera culturale come la difficoltà di comprendersi venisse abbattuta? Segnerebbe senza dubbio una svolta nella cultura dell’intero pianeta e allora si che potremmo definirci Cittadini del Mondo.

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Mi sono particolrmente interessata alla causa dell’esperanto e la trovo un’idea ambiziosa e probabilmente di difficilissima realizzazione, ma condivido l’idea di diffondere una lingua comune a tutti che, ovviamente, non vada a sostituirsi alla nostra, ma che si affianchi e la supporti laddove subentra il problema della comunicazione con terze parti.

L’esperanto è una lingua timida, nuova, non è una lingua preesistente che cerca di dominare tutte le altre, è qualcosa da conoscere dal principio tutti insieme.

Voi cosa ne pensate? Ne avevate mai sentito parlare prima? Quali sono le vostre opinioni? Sono davvero curiosa!

Per maggiori informazioni vi lascio il link del sito ufficale della fondazione esperantista italiana

http://www.esperanto.it/index.htm

In any other World /3

Qui il capitolo precedente

(Scritto sulle note di Say Something…spero vi piaccia)

in-any-other-world

3

Adrien è seduto al suo posto.

Ma non è lì. Forse il suo corpo riesce a stare fermo, immobilizzato ad un banco che porta le firme di decine di studenti che vi sono passati, ma la sua mente è lontana.

Forse non così tanto come ci si aspetterebbe. Vaga per il corridoio. I muri scrostati dell’atrio non aiutano a rallegrare l’edificio. Tutti gli anni i neoeletti rappresentanti degli studenti promettono che faranno imbiancare. Tutti gli anni. Nessuno lo ha ancora fatto.

Gira a sinistra, scende la scala di marmo grigio. La prima porta a destra. Legge il cartellino sul muro.

Terza B. 

L’aula è quella giusta. Adrien sbatte le palpebre. La lavagna davanti a lui è sfocata, non capisce bene a cosa serva la formula che il professore sta tracciando col gessetto bianco. Quello è tra le sue mani, scivola sull’ardesia nera lasciando dietro di sé un filo bianco com’è un po’ il senso della vita: si va avanti e si lascia un segno. Un segno in noi, un segno nelle persone che ci stanno accanto e un segno nei luoghi dove abbiamo vissuto. Come le firme incise sul banco.

La sua fantasia torna a volare. Era davanti alla porta, non deve aprirla per entrare, in fondo è solo un pensiero.

Così attraversa il muro e si stringe in un angolo. Si fa piccolo piccolo, invisibile, e da lì osserva.

E’ così che vorrebbe sentirsi ora Adrien: un sottile refolo di vento che può passare inosservato, e può spiare. Lui.

Si perchè è a questo che pensa Adrien durante la lezione di Fisica. Pensa a Edward che è solo a pochi passi di distanza ma allo stesso tempo così lontano.

E’ così che si sente ogni volta che sono assieme. Lui è lì, davanti a lui, vicino a lui. Ma non sarà mai davanti a lui e vicino a lui in quel modo.

Ora Adrien non è più padrone del suo pensiero, gli sfugge e in un attimo si trova in un posto dove non vorrebbe essere. O forse vorrebbe, ma non dovrebbe. Non potrebbe.

Ma a chiunque altro sembrerebbe un posto così innocuo. Camera sua. Ma nella camera che è nella sua testa, oltre alla trapunta, oltre ai disegni sulle pareti, oltre ai fogli sulla scrivania c’è lui. Il pensiero va troppo veloce, Adrien non lo gestisce più. Immagina di essere vicino, tanto vicino, troppo vicino. E la cosa bella è che è una cosa naturale. Per entrambi.

– Che ti succede? – la voce arriva da lontano, è solo un bisbiglio. Viene seguita da una mano che gli tocca il braccio.

In un istante, un battito di ciglia, torna al banco, è sempre stato lì.

La camera, la trapunta, i disegni, i fogli e Edward scompaiono, ma resta la vergogna che ora Adrien sente dentro.

Gli occhi calmi di Jodie sono un rifugio dove nascondersi, dove respirare a fondo e far calmare i battiti del cuore.

Lei però si aspetta una risposta. Lo osserva in attesa, preoccupata.

***

Adrien ha lo stesso sguardo di un cerbiatto fermo in mezzo alla strada, terrorizzato dai fari di un’automobile spuntata dalla curva col motore che scoppietta.

Stavo cercando di rincorrere la voce del professore con le parole, prendendo appunti, quando il pennino si è come incastrato nella carta e ha lasciato scappare l’inchiostro che si è espanso sulla carta come un orrendo ragno marrone dalle mille zampette scattanti.

La distrazione mi ha permesso di notare che il respiro di Adrien è accelerato.

Si è fatto irregolare. Sembra spaventato.

Apparentemente sembra attento, osserva la lavagna e muove la matita sul foglio. Ma vedo chiaramente che non sta scrivendo, la mina traccia solo delle onde nere che oscillano e vacillano ubriache tra i quadretti.

Capita spesso che lui si perda durante le lezioni, come se fosse tutto troppo noioso e banale per potersi meritare la sua attenzione, ma non lo avevo mai visto così.

Gli ho toccato il braccio bisbigliando per richiamare la sua attenzione e ora lui mi sta guardando come se lo avessi sorpreso a fare qualcosa che non avrei dovuto vedere.

Non trova alcuna parola, posso chiaramente vedere la sua mente frugare tra i cassetti alla ricerca della giusta frase, ma sembra come un bambino sorpreso a mangiare la marmellata di nascosto che non trova alcuna scusa per giustificarsi.

Così parlo io, sempre ad un tono di voce impercettibile, che solo Adrien, con quella sua attenzione speciale, può sentire.

– E’ tutto a posto? – è chiaro che non lo è, ma voglio sentirlo dire da lui.

Sembra riprendersi, scuote la testa con noncuranza: – Si, certo. Tutto a posto. Certo. –

Sfugge il mio sguardo e si mette a scrivere. Sul serio questa volta, nascondendo con la mano gli scarabocchi precedenti.

Vorrei indagare, non lasciare che si chiuda sempre di più, ma quando sto per aprire bocca la voce del professor Simmons si frappone tra me e Adrien:

– Osservando questo grafico, signorina Clarke, saprebbe dirmi a che velocità si stava muovendo il corpo all’istante tre? –

La mia attenzione si sposta dalle lentiggini di Adrien alla lavagna dove studio per un attimo il digramma.

– Due metri al secondo. – Adrien ha bisbigliato e con la coda dell’occhio intravedo un leggero sorriso.

Ripeto la risposta e il professore è soddisfatto.

– Lo sapevo anche da sola. – punzecchio il mio vicino di banco.

– Ne ero sicuro, infatti non lo stavo dicendo a te. –

Sorrido anch’io e penso che forse è davvero tutto a posto. Sembra tornato il mio amico francese di sempre.

***

Non posso crederci. Ho guardato l’orologio almeno mezz’ora fa e invece la lancetta si è spostata di appena due minuti. Deve essere rotto.

– Si può sapere che hai? – Edward mi richiama da dietro. – E’ dall’inizio dell’ora che continui a muoverti, cominci ad irritarmi. –

La prof di storia è troppo impegnata a leggere qualcosa dal libro con quella sua voce acida e fastidiosa per accorgersi che mi giro per rispondere al mio amico.

– Forse non dovrei dirtelo…-

– Forse non dovresti dirmelo?! Ma andiamo, sono il tuo migliore amico.-

– No, Adrien è il mio migliore amico. –

– Mi ritengo formalmente offeso. –

Edward mette un broncio simile a quello di un bambino giusto per un secondo, poi torna all’attacco:

– Avanti, racconta. –

Getto uno sguardo alla cattedra per controllare che la professoressa sia ancora nella stessa posizione. Crediamo che sia l’ultima specie di dinosauro sopravvissuto fino ai giorni nostri e non bene chiara è la sua età. Sembra la fusione di uno quei gargouille che stanno su Notre Dame che mi ha descritto Adrien e un topo dagli occhietti piccoli che cercano di osservare il mondo circostante attraverso le lenti sempre sporche di un paio di occhiali dorati.

– Credo che ci siamo. –

Edward inarca un sopracciglio per chiedere maggiori dettagli.

– Io e Elizabeth intendo. –

– Vuoi dire…-

– Sì. –

– Intendi proprio quello? –

– Sì. –

– E credi che lei…-

– Sì. –

– Caspita. –

Quasi più emozionato di me Edward si lascia andare sulla sedia con le mani strette a pugno con i due pollici alzati in segno di incoraggiamento e un sorriso esagerato stampato sul viso spigoloso.

A volte il comportamento di Edward è imbarazzante, ma la tensione che sto accumulando si risolve in una risata.

Eccolo il dinosauro che drizza il capo squamato e mi richiama all’ordine con un ruggito.

Torno a chinarmi sul mio banco, ma impossibile restare calmo.

Non so cosa sia cambiato, ma lo sento, oggi io e Elizabeth compiremo quel passo che spaventa tanto quanto lo si desidera.