Parole in Corso

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Progetto di Scrittura a più mani, aperto a tutti perchè tutti, dentro, siamo un po’ scrittori.

Se volete partecipare lasciatemelo detto in un commento qui sotto o con una mail a ihavealittledream@tiscali.it

Per maggiori informazioni clicca qui.

Un’altra domenica è arrivata e con essa un altro capitolo realizzato questa volta da unododici. Capitolo breve, è vero, ma molto intenso, attraverso poche parole ha ancora una volta definito la strada lungo la quale si sta incamminando il racconto. Ma ora la smetto di annoiarvi e vi lascio con le parole del terzo capitolo.

Capitolo 3

Tra i fumi dell’umidità nel box doccia, come fosse eco, la voce si ripete ancora, in attesa di una risposta che non riesco ad articolare, perché la mente è ferma in quel limbo di incredulità che invece di dissiparsi va aumentando. Il cuore a mille mi distoglie da quell’apatia interiore, e chiudendo gli occhi, immaginando di viaggiare su una nuvola, riesco a ritrovare il senso di quel momento. Sono viva, ma pur sentendo il corpo ho la testa confusa, non so dove sono stata e come ci sono giunta, eppure mi sembra che quel luogo mi sia sempre appartenuto.

E’ un momento, rapido, la stanza illuminata da un lampo e lo specchio che mi restituisce un altro volto oltre al mio. In quel momento sento due vite dentro me, due esistenze con i loro pesi e altrettanti dubbi. Eccola la realtà che si manifesta come una magia, con un tocco di bacchetta magica agitata dal mago e scaturita dal buio improvviso. E’ andata via la luce, ma lo specchio è illuminato e noi due siamo ancora lì, bagnate, spaventate, nude e con l’anima che non ritrova la strada principale. Siamo due, assorbite in un unico corpo, sicuramente il quadro del museo è stata la causa di tutto, e la mela la chiave che ha aperto la porta delle nostre dimensioni, spalancando le paure e i ricordi, in un unico calderone che confonde i nostri mondi. Dobbiamo ritornare indietro, e trovare il gesto opposto alla mela raccolta, per rimarginare il senso del peccato che abbiamo commesso, appropriandoci di vite altrui. Ma qualcuno non vuole che questo accada.

***

Un capitolo molto profondo che sconvolge ancora di più la trama, davvero i miei complimenti! La penna passa ancora da una mano ad un’altra, questa volta viene nominata Scrittrice una ragazza che, non avendo un blog wordpress, mi ha contattata in privato. Aspettiamo dunque domenica prossima per leggere il capitolo di N.

Grazie a tutti!

Parole in Corso

 

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Parole in Corso procede e tutti siete invitati a partecipare: in che cosa consiste? Stiamo scrivendo una storia a più mani dove le idee vanno a fondersi dando vita a risvolti interessanti.

Se volete partecipare lasciatemelo detto in un commento, più siamo meglio è!

[cliccate qui per saperne di più…]

Anche Caos ha completato il suo capitolo aggiungendo un altro colpo di scena! La storia sta prendendo sempre più forma, le idee si stanno mescolando in un gioco interessante, è ora il turno di unododici che viene nominato Scrittore del Terzo Capitolo

[ricordo che la mail a cui inviare lo scritto è ihavealittledream@tiscali.it]

Capitolo Secondo

Ma non ho modo di chiedermi altro perché, non appena mi volto indietro tutto quello che riesco a vedere laddove, fino a due secondi fa, c’era la signora del museo dentro la sua macchina,  non è altro che… Vuoto. Un pezzo di strada vuoto, muto, anonimo.
Non sento più il dolore lancinante di poco prima alla gamba, ma sento un’incredibile voglia di gridare e di vomitare invadermi al contempo.
Mi sento ancora confusa e stordita, e non so esattamente per quanti minuti resto lì, davanti alla porta di casa semi-aperta, inzuppandomi tutta di pioggia, sta di fatto che la pioggia ha tutto il tempo di trasformarsi in un bel temporale.
Chiudo gli occhi.
Li riapro e raddrizzo la schiena per potermi guardare meglio intorno.
Sono davvero tornata sulla Terra?
Accarezzo con il pollice il mio tatuaggio, facendogli fare dei movimenti circolari.
Tutti gli anni vissuti nella Terra delle Stagioni… Inglobati in una misera ora terrestre. Quasi non riesco a crederci. È un pensiero che aumenta la mia già considerevole voglia di vomitare.
Dubito di poter stare tranquilla solo perché “sono tornata sana e salva”, comunque. Anche perché, certo, sarò felicissima di rivedere tutti i miei amici… Mamma, papà…
Ma lì, nel Regno di Primavera, mi ero sentita a casa come non mi era mai successo in nessun’altro luogo.
Cerco di respirare a fondo. Non mi sembra proprio il momento di scoppiare a piangere, nonostante la tensione. Resto pur sempre una guerriera dell’Esercito Reale delle Stagioni, Santo Cielo! Mi premo un dito sulla tempia per cercare di ricordare al meglio il mio ultimo giorno sulla Terra…
Era il giorno del mio trentesimo compleanno.
Avevo deciso di passare un giorno di ferie in occasione del mio compleanno per andare al museo da sola, per poi andare a cena dai miei genitori. Il giorno dopo avevo deciso di andare a ballare in un bar con gli amici.
Questo mi fa ripensare, con un’immensa stretta al cuore, ai concerti del Regno di Primavera… Anche se, devo ammetterlo, quelli che sanno farti accapponare la pelle e stringere il cuore come nessun’altro sono quelli del Regno d’Autunno!
Il Regno d’Autunno….
Il violino fatto di foglie. Così fragile, delicato e sfuggente, che solo i più virtuosi musicisti del Regno d’Autunno sono capaci di suonarlo. E fu proprio in mezzo a quel gruppo di musicisti che, un giorno, vidi una ragazza dagli scompigliati boccoli neri e gli occhi castano chiaro.
Gli occhi più belli del mondo…
L’amore della mia vita.
Una stretta, stavolta più forte delle altre, mi attanaglia il cuore e mi fa sfuggire un singhiozzo. Lascio che una lacrima mi righi impunemente una guancia e mi fiondo dentro casa, chiudendo la porta con un sonoro tonfo e buttandomi di peso sul letto del bilocale che affitto. Affondando il viso nel cuscino, lascio finalmente scappare un sonorissimo grido, pieno di frustrazione e disperazione.
Chi era quella Signora? Come faceva a sapere dove abito?
Sicuramente mi ha soccorso e riaccompagnato di proposito, ma… Perché? Che cosa vuole da me?

Dopo aver passato non so quanto tempo a rimuginare sul letto, mi decido finalmente ad alzarmi, svestirmi ed infilarmi nella doccia. Lascio l’acqua calda scivolare lungo tutto il mio corpo per un po’ di tempo.
“Faceva così freddo…”

Sono viva per miracolo. Ma per quale motivo? Se ho davvero lasciato il mio corpo per poter raggiungere la realtà parallela del quadro, perché mi sono svegliata così di colpo? Sono… Sono morta?
La sola ipotesi di non poter mai più mettere piede nel Regno di Primavera mi fa salire nuovamente il magone. Ed il pensiero che segue non migliora affatto le cose.
“Artemis…”

Sei ancora viva?

Parole in Corso

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Parole in Corso: Progetto di scrittura a più mani.

Iscrizioni ancora aperte, se siete interessati lasciatemelo detto in un commento, per informazioni più precise cliccate qui.

Eccoci, ci siamo, ce l’abbiamo fatta! Parole in Corso è davvero cominciato e sono molto felice!

Questa settimana ho saltato un sacco di articoli del blog (son stata malata confinata a letto…sigh) e quando ho aperto la mail sono stata entusiasta nel trovare il Capitolo 1 scritto da hidinginweb.

Inoltre sono stata felice nel scoprire che ha scelto di portare avanti il Capitolo Zero #1, ovvero quello che mi ispirava di più. (cliccate qui se non ve lo ricordate)

Un applauso alla nostra prima scrittrice che si è districata meravigliosamente in una storia appena abbozzata nata dalla penna (ops, tastiera) di qualcun altro.

Ma ora lascio a voi l’opportunità di gustarvi il “Capitolo 1” non prima, però, di aver nominato il nuovo “Scrittore”

La Penna viene ceduta a Caos che avrà il compito di continuare dove si interrompe questo capitolo.

Capitolo 1

La mia testa è pesante, il mio respiro è diventato lento, sembra seguire il ritmo delle onde del mare. Il mare; come quello del Regno Caldo, com’era bello. Il sole rossastro ci si specchiava dentro riflettendo tutto il suo calore che a volte sembrava quasi arderti la pelle.
Ogni suono ora lo percepisco ovattato e non sento altro che il battito del mio cuore. Non sento più la neve, non sento più zampe atterrare sul suolo. Forse sarebbe meglio non chiudere gli occhi, se dovessi chiuderli e non riaprirli mai più? No, non riesco. Le palpebre sono troppo pesanti, sono diventate sassi insopportabilmente pesanti.
A volte mi sono chiesta se io abbia fatto bene a prendere quella mela, è stata una maestra ma anche una rovina. Avrei dovuto capire subito che il quadro era solo un passaggio, e l’arrivo una radura in continua trasformazione. Se avessi capito prima che i luoghi che ho visitato dipendevano unicamente da me e dalla mia mente… Ma forse è a questo che è servito il mio viaggio, ho affrontato me stessa e scoprendomi, ora sto per morire. Ho visto il verde rigoglioso, il rosso caldo e quasi soffocante, poi il tepore aranciato e infine il gelido bianco. Penso di aver provato tutto ciò che un essere umano nella propria vita può provare. Ora sento di non temere nulla e anche il mio corpo si sta lasciando andare. Nonostante la mia ferita mi sento più leggera, come se stessi fluttuando nell’aria, pronta ad affrontare una nuova vita, consapevole ora di ciò che sono. Come vagano i miei pensieri, si intrecciano in mille fili colorati.
Riapro gli occhi. Il quadro. La gente mi guarda, e una signora di mezza età mi tende la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Guardo la mia gamba, la ferita non c’è più.
“Ma cosa è successo?”
“È caduta ed è svenuta, ma se adesso si sente meglio la aiuto a stendersi sul divanetto finché non si sarà ripresa completamente.”
“Ma che ore sono?”
“Sono le 15.55.”
Guardo il mio orologio, il quadrante si è sbeccato e le lancette sono ferme e segnano le 15.52. Tre minuti? Non può essere. No, certo che non può essere. Cosa è successo? Cosa diamine è successo? Mi sento un fuoco ribollire nel petto e il cuore mi batte velocemente come mai aveva fatto prima. Un segno, dovrei trovare un segno. Certo, Il Regno di Primavera, il tatuaggio!
“Signorina?”
Giusto, il tatuaggio!
“Signorina?!”
“Sì!”
“Le prendo un po’ di acqua e zucchero, va bene?”
“Certo, grazie mille!”
La signora si volta e bofonchiando qualcosa con la guardia del museo va in cerca di una bustina di zucchero. Mi slaccio il bottone del polsino della camicetta, con estrema fatica, mentre le mani mi tremano per una sensazione mista di ansia e paura. Eccolo lì, inconfondibile il cerchio dello yin e dello yang.
“Tenga Signorina!”
Lo sfioro ricordando momenti felici, lì tra i verdi prati profumati di mughetto e rugiada.
“Signorina, tenga!”
La donna mi porge un bicchierino, lo prendo e ne sorseggio il contenuto con gli occhi fissi verso il quadro.
“Signorina, si sente bene? Forse è meglio che la accompagni a casa.”
Intontita e dolorante mi alzo, e mi faccio trascinare fino alla macchina della donna. Non parlo, rimango a fissare le goccioline di pioggia che si spiaccicano sul vetro mentre i miei pensieri sono bloccati, non scorrono più come quando ero tra i ghiacci in attesa dell’artiglio letale.
“Signorina, siamo arrivate!”
Siamo davanti al mio appartamento, apro la portiera cigolante, poi tutto d’un tratto realizzo.
“Ma come fa a sapere dove abito?”

***

Un colpo di scena che non avrei mai immaginato…

E ora cosa succederà? Sarà Caos ha decidere la sorte di questa protagonista imprigionata tra le grinfie di noi scrittori vaganti 🙂

[Ricordo che la mail a cui inviare gli scritti è ihavealittledream@tiscali.it ]

Parole in Corso

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Oggi parte ufficialmente il progetto Parole in Corso di cui anche voi sarete i protagonisti.

Ricapitoliamo, in sintesi, di cosa si tratta:

[Cliccate QUI per aprire il vecchio articolo]

  • Scriveremo una storia a più mani.
  • Di seguito troverete tre possibili inizi di storie (ero indecisa su cosa proporvi) e, tra coloro che hanno finora aderito, verrà nominato il primo “Scrittore” che avrà anche la possibilità di scegliere quale storia scegliere di portare avanti.
  • Lo “Scrittore” scriverà il capitolo successivo al Capitolo Zero (non ci sono limiti di lunghezza). Dopodiché il ruolo di “Scrittore” passerà a qualcun altro.
  • Le parti scritte da voi dovranno essere inviate a “ihavealittledream@tiscali.it” e successivamente (ogni domenica) verranno pubblicate qui sul blog.
  • Ci tengo a precisare che le iscrizioni sono ancora aperte e siete tutti invitati a unirvi a noi. Non c’è bisogno di essere veri scrittori per partecipare, io in primis sono un disastro 🙂 questo progetto nasce solo per unire la nostra passione di creare nuove storie e viaggiare con la fantasia.

Ringrazio, intanto:

Per essere stati i primi ad appoggiare questo progetto.

Nomino “hidinginweb” prima scrittrice di Parole in Corso (in quanto prima ad essersi iscritta) e lascio a voi i tre Capitoli Zero…

 

#1

Cerco di calmare il battito del mio cuore. Lo sento nitido nel mio petto. Un rimbombo assordante. Ho paura che possano sentirlo loro. Paura che possa indicare chiaramente la mia posizione. E a quel punto non ci sarebbe più nulla da fare. Ma non posso mollare ora. A che cosa sarebbero valsi, altrimenti, tutti i nostri sforzi?

Chiudo gli occhi. Cerco di percepire il mondo attorno a me.

Questo mondo.

Un mondo che non è il mio. Un mondo dove al principio ho avuto paura. Un mondo che ora riesco forse a chiamare casa.

Estranio la paura. Scaccio il dolore. L’affannarsi del mio cuore. Ora sento solo il rumore dei fiocchi di neve che si posano al suolo.

Fanno un leggero scricchiolio. Non lo avevo mai notato.

Strano come siano leggeri i miei pensieri quando sono ad un passo dalla morte.

Mi raggomitolo ancora più stretta sotto questo mio rifugio, una spaccatura nel ghiaccio sotto un albero le cui radici hanno creato come una sorta di tendaggio che mi protegge da occhi indiscreti. Ma loro non hanno solo gli occhi. Hanno un udito finissimo. Hanno un olfatto sviluppatissimo.

Si sono adattati a vivere tra queste foreste. Sanno muoversi sulla neve senza fare alcun rumore. Sanno camminare sul ghiaccio più sottile senza incrinarlo.

Quindi so di non avere speranza. Mi troveranno. Seguiranno questo dannato battito di cuore. Seguiranno la mia paura.

Una scarica di ricordi mi attraversa la mente. Era tutto così bello. Qui.

I boschi di neve con i suoi alberi altissimi, dal tronco di ghiaccio e le foglie dal blu intenso, che di notte emanano un leggero bagliore.

Il lago congelato, un’immensa distesa d’acqua gelata sotto la cui superficie guizzano lucci dorati.

Sarà qui che morirò, infine? A Sempinverno?

Nel biancore, qui, nel mio piccolo rifugio, risalta la macchia rossa che va allargandosi sotto la mia gamba. Stringendo i denti afferro una manciata di neve e la premo sulla ferita. Il ghiaccio è dolore, ma anche sollievo. Centinaia di spilli che mi afferrano la pelle.

Vorrei che arrivassero. Che ponessero fine a questa paura che mi divora. È una paura densa. Vischiosa. Che mi avvolge. Si insinua dappertutto, la sento scivolarmi nel naso, giù per la bocca. Mi impedisce di respirare, mi paralizza.

Il Regno di Primavera. Non sarebbe stato più bello morire lì? Esalare l’ultimo respiro tra i fiori di ciliegio che ondeggiano nell’aria sospinti da quel venticello mai troppo caldo, e mai troppo freddo?

Sento un lieve fruscio.

Sono qui.

È la fine.

Un ultimo sforzo. Abbandona questo mondo, lascia la Terra delle Stagioni, torna a casa.

Ripensare al mio mondo è difficile. Come se fosse ormai sfocato. Come se i miei fossero ricordi sbiaditi di un sogno.

Ripenso a quando tutto è cominciato…

Dicevano così nei film, là sulla Terra, che quando stai per morire ti scorre davanti tutta la tua vita. Credo che sia vero.

Eccolo, lo vedo nitido, forse l’unico ricordo certo che ho.

Un quadro.

Mai prima in vita mia avevo ammirato un dipinto così bello. Dai colori così vivi. Ritraeva un paesaggio. Un lago alle pendici di un monte. La luce era dipinta in maniera così realistica che sembrava davvero scivolare su quella superficie d’acqua illuminando le increspature delle onde. I fiori sugli alberi, peschi e meli, sembravano emanare una fragranza profumata che usciva dalla tela.

Sembrava tutto così vero. Ed è stato forse per questo che ho avuto l’istinto di raccogliere quel frutto in primo piano.

E l’ho fatto. Davvero.

Un istante dopo quella mela era nella mia mano.

E intorno a me c’era una radura verde smeraldo incastonata tra monti alti e impervi.

#2

Dove: Universo

Anno: Indefinitio

Girano storie, leggende, sul mio popolo. Ci sono stati attribuiti diversi nomi, nei secoli. A volte pensavano fossimo dalla parte dei buoni: ci chiamavano angeli. Altri pensavano fossimo creature maligne: in quel caso eravamo demoni.

Ma a volte il bene e il male convivono.

Agli albori della vita ci identificavano come creature sovrannaturali, eravamo i loro dei. Per loro eravamo ovunque, nelle foglie, nel vento, nel Sole e nella Luna. Le stelle erano, per loro, i nostri occhi attraverso i quali vegliavamo sull’umanità.

Siamo stati chiamati spiriti. Talvolta ci attribuivano ad animali sacri. Per gli egizi risiedevamo nelle anime dei gatti.

Epoche si sono susseguite, secoli si sono sommati e i nomi sono divenuti centinaia, migliaia. Nessuno è mai stato quello giusto. Non per noi almeno.

No. Noi ci siamo dati il nome di Nephilim.

Non siamo né angeli, né demoni. Siamo buoni e crudeli al tempo stesso. Non abbiamo un cuore, non proviamo emozioni.

Siamo i Custodi.

***

Dove: Terra

Anno: 20 000

– Progetto Nephilim. Costruzione dell’interfaccia di libero arbitrio. Test n° 47 –

Lux osserva sullo schermo il viso di Nathan che posiziona la telecamera davanti a sé e controlla che sia stabile sul cavalletto. Alle sue spalle si intravede un laboratorio dalle pareti bianche. Fredde e spoglie immerse in una luce al neon che piove dalle lampade appese al soffitto.

Nathan si allontana dalla telecamera e l’obbiettivo inquadra un lettino di metallo ancorato al pavimento, anch’esso bianco, da cui diversi tubi metallici fuoriescono per ancorarsi ai lati.

Sul lettino sembra esserci una figura umana.

Lux avvicina lo sguardo allo schermo. Sarà la volta buona? La commissione le sta col fiato sul collo. La sua azienda non ha ancora ottenuto risultati significativi col progetto Nephilim e teme che possano sospendere le sovvenzioni.

Ma lei crede in quel progetto. È l’unica salvezza per l’umanità.

Nathan preme un pulsante su una gamba del lettino metallico e uno sfrigolio si diffonde nell’ufficio di Lux attraverso il microfono della telecamera.

Lo scienziato scosta il telo che copriva la figura e rivela un corpo meccanico, del tutto simile a quello di un essere umano, ma composto da fibre di carbonio e fili elettrici ancora visibili dove non è stata applicata la copertura in pelle sintetica.

Nathan trascina uno sgabello vicino alla testa di quello che sembra un comune robot umanoide e vi ci si siede sporgendosi sulla sua creatura.

In mano tiene una chiavetta USB e se la soppesa un attimo sul palmo prima di infilarla in una fessura all’interno del cranio cibernetico.

Lux vorrebbe vederci di più, l’inquadratura fornita dalla telecamera le impedisce di vedere il viso del robot. Freme di impazienza.

Dopo qualche secondo di calma, le dita del droide hanno un guizzo. Un piccolo spasmo.

Lux sobbalza quando il robot si alza a sedere di scatto.

– Riesci a sentirmi? – domanda Nathan spostandosi in modo da vedere in faccia la sua creazione.

Il viso del robot si muove in diverse direzioni prima di fermarsi mettendo a fuoco quello dello scienziato. Un leggero sorriso sembra disegnarsi sul viso di quest’ultimo.

È la volta buona? Si chiede Lux. Ce l’abbiamo davvero fatta?

Ma il suo entusiasmo è destinato a crollare come un castello di carte troppo alto. Con un sussulto il droide si accascia a terra e in una microesplosione qualche circuito si stacca dal groviglio del cervello.

L’ultima cosa che Lux vede è lo sguardo deluso di Nathan mentre spegne la telecamera.

Lux si prende la testa tra le mani.

Sulla carta sembrava tutto perfetto. Il progetto sarebbe dovuto proseguire senza intoppi, in un paio di anni avrebbero dovuto creare una nuova razza di intelligenze superiori che avrebbero risanato la Terra.

Era stato il padre di Lux, molti anni prima, ha ipotizzare il risanamento della Terra.

Il suo piano era geniale.

La Terra era condannata, lo sapevano tutti. L’umanità era sempre più in degrado e il Pianeta stava spegnendosi lentamente: l’inquinamento, l’incuria, le guerre e le condizioni climatiche sempre più avverse lo stavano sgretolando.

Come si era giunti a ciò?

La risposta era ovvia: colpa dell’uomo. Nel corso della storia aveva preso decisioni che avevano segnato la condanna del Pianeta.

Se si fosse potuto guidare le decisioni dell’umanità dal principio, se si fossero potute pilotare le loro azioni senza che le persone se ne accorgessero, il destino sarebbe stato differente. Sarebbe stato più prospero.

Lux sapeva che giocare col tempo era pericoloso e che la linea temporale della Terra, e forse dell’intero universo, sarebbe stata stravolta, ma era un prezzo che era disposta a pagare.

Dovevano creare un programma, un sistema, che correggesse tutti gli errori accumulatesi nel tempo nel destino della Terra.

Una specie di antivirus che, agendo nel tempo, cancellasse tutti quegli sbagli presi da un singolo individuo, o da intere nazioni.

Così era nato il progetto Nephilim. Creare delle intelligenze superiori in grado di muoversi nel tempo e in grado di monitorare ogni istante della vita sul pianeta, dalla nascita del primo organismo monocellulare alla scoperta della prima arma nucleare.

Esseri che avrebbero avuto più del sovrannaturale che dello scientifico. Ma nell’anno 20 000 era possibile anche creare gli dei.

O almeno era quello che Lux credeva.

Si alzò, animata dallo sconforto dell’insuccesso e si diresse verso il laboratorio.

-Qual è il problema questa volta?! –

Nathan sembrava preparato ad essere aggredito in quel modo da Lux. Non era certo la prima volta.

-Il cervello dei robot sembra rigettare il programma. –

-E questo che vorrebbe dire? Voglio fatti concreti! –

-È come se le informazioni contenute nell’hardware fossero troppe e troppo complicate per un unico cervello. –

-Secondo te perché stiamo creando questi robot? Perché il cervello umano è troppo mediocre per concepire l’incredibilità di questo progetto. Quindi vedi di inculcare in quel cervelletto cibernetico l’idea che devono salvare questo mondo. –

Nathan la guarda con compassione. Lux era sotto pressione. Non avrebbe retto ancora per molto quella situazione.

-In questa pennetta ci sono così tanti numeri che il tuo cervelletto biologico non potrebbe nemmeno concepire, quindi scusa se ancora il sistema di questi poveri robot va in tilt! –

Il silenzio calò nel laboratorio. Lux non era brava a chiedere scusa, ma sapeva di essere nel torto e prendersela con Nathan non avrebbe migliorato la situazione. Lui era l’unico abbastanza intelligente da poterci riuscire. Tutti gli altri scienziati avevano rinunciato dichiarando il progetto impossibile, ma lui aveva resistito e sapeva di potercela fare.

Aveva solo bisogno di più tempo.

Ma la domanda fondamentale era: quanto tempo?

#3

-Atlantide è un’isola leggendaria, il cui mito è menzionato per la prima volta da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia nel IV secolo a.C. Ma davvero si tratta solo di una leggenda? Oppure l’isola sommersa esiste davvero? –

-Liz vuoi spegnere quella robaccia? –

Mi porto le mani alle orecchie per cercare di allontanare la voce fastidiosa del conduttore televisivo e mi concentro sul foglio davanti a me.

-Non è robaccia! È scienza. –

Non ho bisogno di guardarla per sapere che ha messo il broncio e mi sta facendo la linguaccia.

-Non è scienza! Quello è un programma stupido che ti propina pure teorie complottistiche su invasioni aliene…se vuoi qualcosa di scientifico guardati Superquark. –

-Io diventerò una scienziata un giorno e ti dimostrerò che è tutto vero! –

Nonostante le sue lamentele Liz spegne davvero il televisore, forse anche perché è arrivata la pubblicità e lei crede che il programma sia finito. Ha solo sette anni, ma è già convinta di essere un piccolo genio. Tenerle testa è quasi impossibile.

Risolvere questa equazione è altrettanto difficile. Soprattutto con nella testa la leggenda di Atlantide. Possibile che ci sia davvero qualcuno che crede in certe cose?

Isole sommerse dove potrebbe esserci ancora la vita. Pianeti abitati da forme di vita super-intelligenti. Magia nera e manipolazione delle menti deboli…

Liz non dovrebbe guardare certe cose.

-Alex, ho fame! –

Sospiro. No, oggi non è proprio la giornata giusta per fare matematica.

-A che ora ha detto la mamma che sarebbe tornata? – chiedo raggiungendola in cucina. La trovo seduta sul tavolo con le gambe incrociate mentre tenta di aprire un pacchetto di patatine coi denti.

-Bho, non l’ha detto. – biascica con la bocca riempita dal sacchetto.

Guardo l’orologio. Le due meno un quarto.

-Metto su una pasta, ok? –

-Evviva! Si mangia! –

Ogni tanto vorrei avere anch’io il suo entusiasmo. Ma è difficile in questa vita essere felici. Cerco negli armadietti una pentola pulita. Non trovandola ne ripesco una dal lavandino e la lavo velocemente.

Elizabeth sta nel frattempo cercando delle posate e i piatti per apparecchiare.

-Perché non credi nell’esistenza di Atlantide, Alex? –

I suoi occhioni blu mi scrutano con sguardo indagatore e per un attimo non so cosa risponderle. Sembra davvero così convinta.

-Beh…perché non è stata dimostrata la sua esistenza. Ci si basa su racconti e leggende che non hanno un fondamento di verità. Così come non credo nella magia. Non esiste. Punto. –

-Si, ma se esistesse, non sarebbe tutto più facile? –

In un istante mi rendo conto che Liz si sta affidando a queste storie per sfuggire alla sua realtà. Senza rendersene conto vive in mondi dove tutto funziona bene. Dove le mamme tornano per pranzo e i papà non spariscono quando hai tre anni.

-Sì, hai ragione. Sarebbe tutto più facile. –

Lei sembra felice di avermi convinto e la lascio così, con quel sorriso ancora un po’ spensierato di chi ha fiducia nel domani.

-Se la magia esistesse. – riprende lei senza mollare – cosa faresti come prima cosa? –

Fingo di pensarci un po’:

-Come prima cosa in assoluto farei in modo che questa pasta si cucinasse da sola. Mi dispiace Liz, si è tutta incollata. –

-Oh tranquillo. Meglio della volta in cui l’hai bruciata. Si la magia ti farebbe davvero comodo in cucina, Alex. –

Liz è ancora in grado di farmi sorridere.

Mentre mangiamo il nostro piatto di pasta scotta noto che la mia sorellina continua a osservarmi di sottecchi. Solo dopo parecchi minuti si decide a parlare:

-Posso dirti un segreto? –

Sembra così seria. Probabilmente mi dirà che ha litigato con qualche sua compagna di classe o che ha fatto la linguaccia alla maestra.

-Certo che puoi. Noi due ci diciamo tutto, giusto? –

Lei annuisce felice.

-Ieri sera ho sentito che la mamma parlava al telefono con una persona. Parlava di noi. –

-E che cosa ha detto? –

Istintivamente comincio ad essere preoccupato. Non sarà una bella notizia.

-Ha detto che ne saremmo stati entusiasti e che ci avrebbe fatto bene. –

-Entusiasti di cosa? –

-Di andare a vivere un po’ con lo zio Samuel. –

Mamma ci vuole mandare a vivere dallo zio? La notizia mi colpisce come un pugno allo stomaco. Non trovo le parole, non so cosa dire a Liz che ora mi guarda preoccupata.

Perché proprio dallo zio Sam? Non è la persona adatta a crescere due ragazzi. Non è la persona adatta a far crescere Liz.

Certo non che mamma faccia qualcosa di speciale ma, ma almeno…

-È una bella notizia? – lo sguardo di Liz è carico di aspettativa.

-Sì, certo. – ma perfino lei capisce che è una bugia.

 

Quando mamma torna è quasi l’ora di cena. Liz è di nuovo sul divano a guardare la televisione e io sto cercando di mettere un po’ d’ordine. Dalla finestra rotta entra l’odore della pioggia. A breve ci sarà un temporale, meglio chiudere le persiane.

Non le lascio nemmeno il tempo di attraversare la porta e l’aggredisco:

-Quando pensavi di dircelo? –

Lei pare confusa.

-Dirvi cosa? –

-Che ci sbatti a vivere con lo zio Samuel. –

Ora ha assunto uno sguardo colpevole. Mi da le spalle e chiude a chiave la porta. Si toglie la giacca e l’appende in corridoio.

Si siede sul divano accanto a sua figlia e spegne la tivù. Liz mette il broncio.

-Non c’è ancora nulla di certo…-

-Liz ti ha sentita parlare al telefono. Viene domani a prenderci. –

Si porta le mani al viso e mi rifiuto di notare quanto sia stanca e di quanto siano profonde le sue occhiaie.

-D’accordo. Scusatemi. Avrei dovuto parlarvene prima. –

-Sì, avresti. –

Lei mi fulmina con gli occhi. Mi fa cenno di sedermi con loro sul divano ma ignoro questa richiesta. Sono troppo furioso.

-Sarà solo per un breve periodo, passerete con lui un paio di mesi durante le vacanze estive. Vedrai vi divertirete. –

-Divertirci? Dici sul serio? Quell’uomo è pazzo! –

-Non farmi arrabbiare Alexander! È sempre vostro zio. Mio fratello. E ha accettato di prendersi cura di voi mentre io sistemerò certe faccende. –

-Certe faccende? –

-Basta così. –

In tutto questo Liz ha spostato gli occhi tremanti da me alla mamma mentre si rosicchiava le unghie delle mani.

-È pazzo? – domanda senza guardare nessuno in faccia.

-No tesoro, non è pazzo. Tuo fratello è esagerato. – si inginocchia davanti a lei e le prende le mani.

-È solo un po’ bizzarro, ma è un brav’uomo. A te piacerà di sicuro. Fa il giornalista e gli hanno appena affidato un nuovo incarico. –

Vedendo che Liz non reagisce lei continua: – Deve seguire una squadra di scienziati ed esploratori alla ricerca di una terra che si è creduta scomparsa fino a che un satellite, o qualcosa del genere, ha inviato delle foto e, niente, loro ora credono che ci sia qualcosa. –

Nonostante il discorso un po’ incasinato della mamma Liz sembra illuminarsi.

-Nostro zio troverà Atlantide? –

Non credo che sia proprio così, ma la sua vita è già piena di brutte notizie e io e mamma ci troviamo ad annuire in silenzio. Complici di una piccola bugia.

 

 

 

Parole in Corso

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Di che cosa si tratta? Vi avevo preannunciato che la domenica sarebbe stata riservata allo scrivere, alle parole. Le parole di tutti quanti, anche le vostre, perchè, di mie, qui dentro, c’è n’è fin troppe.

Volete creare una storia insieme?

Una storia a…otto, dieci, dodici…venti mani?

Siete tutti invitati a partecipare!

Come funzionerà?

  • Se volete partecipare scrivetemelo in un semplice commento…(è possibile iscriversi anche dopo che avremo cominciato)
  • Tra una settimana esatta verrà pubblicato sul blog l’inizio di una storia originale e, tra gli iscritti, verrà nominato uno “scrittore”. Il suo compito sarà quello di ideare il seguito e inviarmelo sulla mail del blog (che verrà comunicata più avanti)
  • La sua parte di racconto sarà pubblicata sempre la domenica successiva e verrà nominato un altro “scrittore” che porterà avanti il lavoro…

Che ne dite? La cosa potrebbe incuriosirvi? Non c’è bisogno di essere veri scrittori per partecipare, qualsiasi idea sarà ben accolta!

Apriamo le iscrizioni!

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