Riflesso

Dedicata a te

Riflesso

Si lascia una scia umida alle spalle, la goccia che sto osservando. Trema leggeremente, scossa dalle vibrazioni. Non è sola, sul vetro, eppure lo sembra. Abbandonata in una corsa a vuoto. E così è per tutte le altre, infinite gocce di pioggia, ciascuna per sé, lanciate in un mondo che non capiscono. Ma in fondo non è forse la stessa nostra sorte? Umani…non siamo altro che milioni di gocce su un vetro troppo grande. E non facciamo che scivolare. Scivolare. Scivolare. Ci sarà qualcuno ad afferrarci alla fine?

Il mondo, al di là del finestrino, è distorto, come un quadro impressionista. Un tocco giallo è il faro di una macchina, una macchia rossa è l’ombrello di un bambino.

L’autobus traballa. Si ferma. Quando le porte si aprono una folata di vento gelido si siede su un sedile, scenderà alla prossima fermata.

L’altro posto viene occupato da un ragazzo. Lo vedo riflesso nel vetro. Smetto di guardare le gocce che si rincorrono. A volte si incontrano. Anche noi umani, a volte, ci incontriamo.

Seguo il suo profilo di vetro, la sua immagine trasparente sovrapposta al mondo. C’è qualcosa in lui, qualcosa di diverso. Cosa lo distingue da tutte le altre gocce?

Gli angoli della bocca sono leggermente piegati, verso l’alto. Un sorriso? O solo l’ombra di esso?
E’ il ricordo di un sorriso. Una linea malinconica che arriva dal passato.

Gli occhi, nel vetro, sembrano ancora più azzurri, liquidi di pioggia. Sono una tempesta, un mare grigio di emozioni dove la pupilla trema, perduta.

Capisco. Quello che sto vedendo non è che il riflesso di un animo perso nella vita, alla ricerca di sé. Si è perduto, forse da poco, forse da sempre, e cerca ovunque la sua identità. Come Peter Pan la sua ombra.
Si morde il labbro. Vorrei sapere cosa pensa, un piccolo movimento apparente corrisponde sempre a un grido interiore. E’ l’onda che traspare in superficie quando negli abissi si stiracchia la tempesta.

Provo a indovinarlo.

I suoi lineamenti sono dolci. La pelle è chiara, con questa luce quasi cerea. Le palpebre sono stanche, segno di una notte passata a rigirarsi nel letto, tra le coperte che sembrano sempre troppo corte. Le mani. Le dita giocano con il bottone della giacca. Le unghie riportano i segni dell’irrequietezza, altri segnali che qualcosa non va, dentro.

Sbadiglia, si porta la mano al viso. Sfiora la pelle coi polpastrelli. I muscoli sembrano rilassarsi. Porta un segreto, dentro di sé, qualcosa che forse non è chiaro nemmeno a lui. Fa dei pensieri, a volte, pensieri che al momento lo fanno sorridere, come sta facendo ora, ma che poi lo spaventano.

Si può aver paura di se stessi? Forse più che degli altri. Perchè gli altri sono prevedibili, mentre noi siamo ogni giorno una scoperta per noi stessi. Cambiamo, mutiamo come il vento. Ora il suo vento sta soffiando forte, non può ignorarlo, anche se vorrebbe perchè sarebbe più facile.

Potrebbe provare a fare finta di niente, ma prima o poi dovrà piegarsi, per non spezzarsi. Allora comprenderà la sua natura e starà solo a lui accettarsi. Che lo facciano tutti gli altri non ha importanza. Ha importanza che lui capisca che va bene. Va bene così. E’ perfetto così com’è, in quel suo sorriso sottile che nasconde un mondo. Un mondo che io ho visto riflesso in un vetro, ma che tra poco anche lui sarà in grado di vedere.

Forse non appena sarà sceso da questo autobus, come la goccia che scivola dal vetro e sparisce, per sempre, ai miei occhi assieme al suo riflesso.

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