Una Valigia di Passi

Storia presentata al concorso di scrittura della mia città

Risultati immagini per huella de pie en la arena

 

L’aria si addensa in un’ombra di fiato che si solleva impalpabile, verso le stelle. E lì scompare, inghiottita dalla notte.

Freddo. Non avrei mai immaginato che potesse scottare, nessuno me lo aveva mai detto. Punge la pelle.

Però non voglio rientrare, non ancora. Guardare le stelle rende più sopportabile la distanza. Sembrano così lontane, irraggiungibili eppure, paradossalmente, mi fanno sentire vicino a casa. Se chiudo gli occhi posso pensare di essere sotto la stessa luna dei miei genitori. Di mio fratello.

 

Ho gli occhi appannati dal sonno e non noto subito quella stella che si stacca dal cielo e scivola, vacillando, verso la terra.

È bianca e leggera e riflette la luce della luna. Piena.

Penso…penso che potrei quasi toccarla. E lo faccio.

Allungo la mano, distendo le dita e col polpastrello la sfioro quando è abbastanza vicina. È fredda.

Neve.

Guardo il ricamo di ghiaccio continuare la sua caduta. Prima ancora che me ne renda conto l’aria si fa palcoscenico di uno spettacolo magico. I tutù di neve oscillano delicati nell’aria e, tra le capriole, si posano ovunque. Anche su di me. Anche sui miei capelli neri come questa notte. Anche sul palmo della mia mano tesa ad afferrarli.

Ne prendo uno. Lo stringo.

E lui scompare in una lacrima. Non si può pensare di prendere una stella.

Sospiro. Un gesto così semplice, ma mi sento come se un peso mi fosse caduto dalle spalle. Un bagaglio troppo grande da portare, una valigia riempita troppo in fretta di paure e speranze che mi porto dietro da tempo. Tanto tempo.

Una volta in Italia sarai al sicuro, dicevano. Solo ora, qui, in questa notte posso chiedermi: è davvero tutto finito?

Posso davvero lasciare andare quella valigia che ho trascinato sulla sabbia del deserto?

Quando sono partito era leggera, non c’è stato tempo di pensare a cosa portare via con me, in questo viaggio all’inferno, e così ci ho riposto solo un desiderio; voglio un futuro, voglio vivere. L’ho nascosto sul fondo, avvolto in un fazzoletto perché restasse al sicuro e lontano da occhi indiscreti.

Ma poi quella valigia si è fatta più pesante, giorno dopo giorno. Vi ho messo le impronte lasciate nel fango delle mie scarpe consumate, sono entrate le lacrime e il sudore. E la paura. Tanta paura, a volte così pesante da gravare sul petto, da rendere quasi impossibile respirare tanto era opprimente, vischiosa, scura. Scivolava nei polmoni e sentivo di star affogando nella vita.

Con un altro sospiro lascio che tutto questo esca, che si riversi in questa notte che mi avvolge come in un abbraccio che, anche se gelato, mi scalda il cuore.

Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, la mia vita per sfuggire alla guerra. Nel mio paese sei costretto ad arruolarti a diciassette anni e non ci sono alternative, se non scappare.

Gli istanti di quel giorno li rammento come dilatati, mia madre in cucina stava lavando una tazza. Ricordo come si è immobilizzata, le dita bianche a stringere la spugna. La tazza è caduta e si è infranta al suolo.

Cocci bianchi sul pavimento.

Si è voltata verso di me, i suoi occhi colmi di lacrime.

– Scappa, Arman. –

La sua voce non è uscita, ma il sguardo lo urlava disperatamente.

Guardando fuori dalla finestra ho visto ciò che l’aveva spaventata: in lontananza una jeep militare avanzava sobbalzando sollevando la polvere della strada.

Era il mio turno, erano venuti a prendermi.

Così come era successo per Yusef. Mio fratello. Che non era mai tornato. Morto in una guerra che non era sua.

Non ho avuto il coraggio di muovermi, pronto ad affrontare il mio destino, ma mia madre mi si è gettata contro, quasi spingendomi, e allora la sua voce è sbocciata:

– Va via di qui, vattene! Vivi! Resta vivo! –

E con quelle parole ricordo solo la strada che scorreva sotto i miei piedi e la mia casa farsi sempre più piccola alle spalle così come lontani si facevano i singhiozzi della donna che mi aveva cresciuto e amato.

Corsi. Corsi come se fosse l’unica cosa da fare. Corsi perché era l’unica cosa che potessi fare. Corsi con l’aria che mi affondava nel petto come una lama. Corsi finché le gambe non cedettero e mi trovai a terra, in ginocchio. E poi tutto divenne buio e non riuscii più a distinguere il sopra dal sotto. Il reale dall’irreale. La vita dalla morte.

Mi sono svegliato che il mondo girava. Attorno a me un leggero mormorio incessante. Provai ad aprire gli occhi e mi resi conto che lo erano già, aperti. Ero semplicemente immerso nell’oscurità.

Percepii la presenza di altri corpi attorno a me, altri respiri. Un violento scossone mi fece cadere nuovamente a terra. Ci stavamo muovendo. Un camion, forse.

Lentamente mi abituai a quel buio opaco e cominciai a individuare sottili lame di luce che penetravano da dei fori sulla parete.

Con gli occhi catturai sguardi. Sguardi spaventati, occhi grandi per la paura, con le pupille scure lanciate in una danza folle per cercare un punto a cui aggrapparsi. Qualcosa che potesse dare conforto, sicurezza.

In quei volti vidi riflesso il mio.

Una mano mi toccò la spalla, ero troppo stanco persino per spaventarmi. Voltandomi mi trovai davanti un viso giovane, dalla pelle talmente scura da confondersi con l’ombra e due grandi occhi liquidi. Nella mano teneva una crosta di pane. Me la porse.

Guardai la ragazza. Doveva avere all’incirca la mia età. Il suo ventre era gonfio, custode di un giovane uomo. Custode del futuro.

Con la mano tremante le richiusi le dita sul pane. Ne aveva più bisogno lei di me.

Il breve contatto mi aveva tranquillizzato anche se il mio respiro faticava a quietarsi. Non c’era nulla che potessi fare se non aspettare. E aspettare. E aspettare.

Aspettare finché tutto sembrò perdere un senso, se mai ne avesse avuto uno.

Passarono giorni. Settimane in cui rimasi immobile, nella stessa posizione, come un feto nel grembo materno.

Il cibo era raro e razionato.

Non ho mai saputo chi fossero i guidatori, ma so che probabilmente la somma pattuita con i poliziotti libici doveva essere stata più alta di quella che gli avevano offerto le persone nel camion visto che, al confine, ci fecero scendere e ci consegnarono, venduti, alla polizia.

Quando hanno aperto il telone il sole è entrato prepotente, invadendo ogni angolo. Mi ha ferito gli occhi e per molto tempo il mondo mi è sembrato chiazzato di luce.

Ci hanno spinti sulla strada senza curarsi delle persone che non riuscivano a stare in piedi. Per la prima volta ho visto tutti i volti di coloro con cui avevo condiviso le ore più strazianti della mia vita.

Dopo poche ore di luce di nuovo oscurità. Trasferiti da una prigionia ad un’altra.

Dal camion alle prigioni libiche. Il tutto senza una parola, senza un perché.

Le uniche parole sono state quelle del fucile dalla lunga canna nera e fredda. Un colpo in aria, di avvertimento.

Un altro su un ragazzo che aveva tentato la fuga. Non si è più mosso. Lo hanno lasciato lì.

Nelle celle ancora una volta mi trovai ad essere perso nella dimensione del tempo. Nulla rendeva possibile distinguere il giorno dalla notte e talvolta sembrava si dimenticassero di noi e così quell’unico pasto che ci era concesso non arrivava, anche per giorni e giorni.

Pensai che il mio destino si fosse compiuto.

Non si può ingannare la morte, lei sa sempre dove aspettarti ed io ero stato così impudente da credere che sarebbe bastato scappare per sfuggirle.

Ma anche il mercante alla fine incontra la morte a Samarra.

Quella notte un gruppo di guerriglieri ribelli ha attaccato le prigioni. Ho sentito grida. Io stesso ho gridato. Spari, esplosioni. Macerie che ricadevano al suolo in un rumore assordante. Ho visto corpi troppo stanchi per potersi alzare stare ad attendere che la fine giungesse.

Poi è regnato il silenzio.

Silenzio è quello che sento ora. La neve ha coperto il mondo con il suo manto bianco e nulla risuona in questa notte. Ci sono solo io. Ci sono solo le stelle. Occhi di qualcosa di più grande e più misterioso.

– Vieni con me. –

Mi volto.

Gli prendo la mano.

E seguo mio fratello nel buio.

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