In any other World /3

Qui il capitolo precedente

(Scritto sulle note di Say Something…spero vi piaccia)

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3

Adrien è seduto al suo posto.

Ma non è lì. Forse il suo corpo riesce a stare fermo, immobilizzato ad un banco che porta le firme di decine di studenti che vi sono passati, ma la sua mente è lontana.

Forse non così tanto come ci si aspetterebbe. Vaga per il corridoio. I muri scrostati dell’atrio non aiutano a rallegrare l’edificio. Tutti gli anni i neoeletti rappresentanti degli studenti promettono che faranno imbiancare. Tutti gli anni. Nessuno lo ha ancora fatto.

Gira a sinistra, scende la scala di marmo grigio. La prima porta a destra. Legge il cartellino sul muro.

Terza B. 

L’aula è quella giusta. Adrien sbatte le palpebre. La lavagna davanti a lui è sfocata, non capisce bene a cosa serva la formula che il professore sta tracciando col gessetto bianco. Quello è tra le sue mani, scivola sull’ardesia nera lasciando dietro di sé un filo bianco com’è un po’ il senso della vita: si va avanti e si lascia un segno. Un segno in noi, un segno nelle persone che ci stanno accanto e un segno nei luoghi dove abbiamo vissuto. Come le firme incise sul banco.

La sua fantasia torna a volare. Era davanti alla porta, non deve aprirla per entrare, in fondo è solo un pensiero.

Così attraversa il muro e si stringe in un angolo. Si fa piccolo piccolo, invisibile, e da lì osserva.

E’ così che vorrebbe sentirsi ora Adrien: un sottile refolo di vento che può passare inosservato, e può spiare. Lui.

Si perchè è a questo che pensa Adrien durante la lezione di Fisica. Pensa a Edward che è solo a pochi passi di distanza ma allo stesso tempo così lontano.

E’ così che si sente ogni volta che sono assieme. Lui è lì, davanti a lui, vicino a lui. Ma non sarà mai davanti a lui e vicino a lui in quel modo.

Ora Adrien non è più padrone del suo pensiero, gli sfugge e in un attimo si trova in un posto dove non vorrebbe essere. O forse vorrebbe, ma non dovrebbe. Non potrebbe.

Ma a chiunque altro sembrerebbe un posto così innocuo. Camera sua. Ma nella camera che è nella sua testa, oltre alla trapunta, oltre ai disegni sulle pareti, oltre ai fogli sulla scrivania c’è lui. Il pensiero va troppo veloce, Adrien non lo gestisce più. Immagina di essere vicino, tanto vicino, troppo vicino. E la cosa bella è che è una cosa naturale. Per entrambi.

– Che ti succede? – la voce arriva da lontano, è solo un bisbiglio. Viene seguita da una mano che gli tocca il braccio.

In un istante, un battito di ciglia, torna al banco, è sempre stato lì.

La camera, la trapunta, i disegni, i fogli e Edward scompaiono, ma resta la vergogna che ora Adrien sente dentro.

Gli occhi calmi di Jodie sono un rifugio dove nascondersi, dove respirare a fondo e far calmare i battiti del cuore.

Lei però si aspetta una risposta. Lo osserva in attesa, preoccupata.

***

Adrien ha lo stesso sguardo di un cerbiatto fermo in mezzo alla strada, terrorizzato dai fari di un’automobile spuntata dalla curva col motore che scoppietta.

Stavo cercando di rincorrere la voce del professore con le parole, prendendo appunti, quando il pennino si è come incastrato nella carta e ha lasciato scappare l’inchiostro che si è espanso sulla carta come un orrendo ragno marrone dalle mille zampette scattanti.

La distrazione mi ha permesso di notare che il respiro di Adrien è accelerato.

Si è fatto irregolare. Sembra spaventato.

Apparentemente sembra attento, osserva la lavagna e muove la matita sul foglio. Ma vedo chiaramente che non sta scrivendo, la mina traccia solo delle onde nere che oscillano e vacillano ubriache tra i quadretti.

Capita spesso che lui si perda durante le lezioni, come se fosse tutto troppo noioso e banale per potersi meritare la sua attenzione, ma non lo avevo mai visto così.

Gli ho toccato il braccio bisbigliando per richiamare la sua attenzione e ora lui mi sta guardando come se lo avessi sorpreso a fare qualcosa che non avrei dovuto vedere.

Non trova alcuna parola, posso chiaramente vedere la sua mente frugare tra i cassetti alla ricerca della giusta frase, ma sembra come un bambino sorpreso a mangiare la marmellata di nascosto che non trova alcuna scusa per giustificarsi.

Così parlo io, sempre ad un tono di voce impercettibile, che solo Adrien, con quella sua attenzione speciale, può sentire.

– E’ tutto a posto? – è chiaro che non lo è, ma voglio sentirlo dire da lui.

Sembra riprendersi, scuote la testa con noncuranza: – Si, certo. Tutto a posto. Certo. –

Sfugge il mio sguardo e si mette a scrivere. Sul serio questa volta, nascondendo con la mano gli scarabocchi precedenti.

Vorrei indagare, non lasciare che si chiuda sempre di più, ma quando sto per aprire bocca la voce del professor Simmons si frappone tra me e Adrien:

– Osservando questo grafico, signorina Clarke, saprebbe dirmi a che velocità si stava muovendo il corpo all’istante tre? –

La mia attenzione si sposta dalle lentiggini di Adrien alla lavagna dove studio per un attimo il digramma.

– Due metri al secondo. – Adrien ha bisbigliato e con la coda dell’occhio intravedo un leggero sorriso.

Ripeto la risposta e il professore è soddisfatto.

– Lo sapevo anche da sola. – punzecchio il mio vicino di banco.

– Ne ero sicuro, infatti non lo stavo dicendo a te. –

Sorrido anch’io e penso che forse è davvero tutto a posto. Sembra tornato il mio amico francese di sempre.

***

Non posso crederci. Ho guardato l’orologio almeno mezz’ora fa e invece la lancetta si è spostata di appena due minuti. Deve essere rotto.

– Si può sapere che hai? – Edward mi richiama da dietro. – E’ dall’inizio dell’ora che continui a muoverti, cominci ad irritarmi. –

La prof di storia è troppo impegnata a leggere qualcosa dal libro con quella sua voce acida e fastidiosa per accorgersi che mi giro per rispondere al mio amico.

– Forse non dovrei dirtelo…-

– Forse non dovresti dirmelo?! Ma andiamo, sono il tuo migliore amico.-

– No, Adrien è il mio migliore amico. –

– Mi ritengo formalmente offeso. –

Edward mette un broncio simile a quello di un bambino giusto per un secondo, poi torna all’attacco:

– Avanti, racconta. –

Getto uno sguardo alla cattedra per controllare che la professoressa sia ancora nella stessa posizione. Crediamo che sia l’ultima specie di dinosauro sopravvissuto fino ai giorni nostri e non bene chiara è la sua età. Sembra la fusione di uno quei gargouille che stanno su Notre Dame che mi ha descritto Adrien e un topo dagli occhietti piccoli che cercano di osservare il mondo circostante attraverso le lenti sempre sporche di un paio di occhiali dorati.

– Credo che ci siamo. –

Edward inarca un sopracciglio per chiedere maggiori dettagli.

– Io e Elizabeth intendo. –

– Vuoi dire…-

– Sì. –

– Intendi proprio quello? –

– Sì. –

– E credi che lei…-

– Sì. –

– Caspita. –

Quasi più emozionato di me Edward si lascia andare sulla sedia con le mani strette a pugno con i due pollici alzati in segno di incoraggiamento e un sorriso esagerato stampato sul viso spigoloso.

A volte il comportamento di Edward è imbarazzante, ma la tensione che sto accumulando si risolve in una risata.

Eccolo il dinosauro che drizza il capo squamato e mi richiama all’ordine con un ruggito.

Torno a chinarmi sul mio banco, ma impossibile restare calmo.

Non so cosa sia cambiato, ma lo sento, oggi io e Elizabeth compiremo quel passo che spaventa tanto quanto lo si desidera.

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