Storie per Bambini – intervista ad Angelo Petrosino

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Oggi la serata libri tratterà di un tema che mi ha sempre incuriosita: i libri per bambini. Da piccola ho sempre provato a scrivere storie per bambini sostenendo che, essendo io stessa piccola, sapevo cosa ai piccoli piace. Non era una cattiva teoria e ancora adesso, delle storie che ho scritto, ce ne sono alcune che mi piacciono davvero molto.

Curiosando nell’infinito oceano del web ho pescato un’intervista ad Angelo Petrosino, l’autore di Valentina, una serie di libri per bambine che mi ha accompagnata per il periodo delle elementari. Valentina per me, a quel tempo, non era solo il personaggio di carta di un libro, era una vera amica.

Dunque questa sera non è dedicata alla lettura ma alla scrittura, grazie all’intervista trovata su http://pennablu.it/scrivere-storie-per-bambini/

Come scrivere storie per bambini

Qual è il primo passo da compiere per scrivere una storia per bambini?

Angelo PetrosinoInnanzitutto bisogna possedere una capacità di empatia nei confronti dei bambini che non è affatto scontata. Non basta ripensare al bambino che siamo stati per entrare in comunione efficace con l’infanzia. I pensieri, i sogni, i desideri, le emozioni, insomma tutta la complessità del mondo interiore infantile deve essere ben presente a chi decide di scrivere per i piccoli.

Non si può scrivere per un bambino immaginario. È necessario inoltre conoscere bene il mondo attuale, la cultura diffusa che attornia l’infanzia e che la condiziona.

Per quanto mi riguarda, l’avere io insegnato per quasi quarant’anni, mi mette in una situazione privilegiata quando scrivo per i bambini. Anche se non bisogna essere stati per forza insegnanti per scrivere in modo appropriato per i ragazzi.

È importante la lunghezza del testo? Quanto incide sul livello di attenzione?

Angelo PetrosinoPiù che la lunghezza, è importante la suddivisione del testo. Io, per esempio, non scrivo mai lunghi capitoli. In un certo senso, i miei libri hanno quasi tutti la forma del diario, perché sono storie raccontate in prima persona dal personaggio principale.

Oggi l’attenzione dei bambini è certamente più labile e capitoli molto lunghi suscitano a prima vista una immediata resistenza nell’abbordarli. Soprattutto quando abbiamo a che fare con lettori alle loro prime esperienze di lettura.

Bisogna però dire che nel tener desta l’attenzione del lettore conta molto anche la qualità della scrittura. Un testo vivace, pieno di dialoghi, privo di lunghe descrizioni trascina nella lettura, anche se va avanti per pagine.

Per scrivere una storia per bambini deve esserci sempre un intento pedagogico?

Angelo PetrosinoL’intento pedagogico fine a se stesso è molto pericoloso. I bambini rifuggono da racconti che ammoniscono o esortano in modo esplicito ad assumere questo o quel comportamento. Subentra inevitabilmente la noia, che è la peggior nemica di una lettura appassionata e continua.

Quando i bambini mi chiedono che cosa voglio insegnare con i miei libri, io rispondo che, innanzitutto, voglio raccontare una bella storia capace di intrigare e di catturare l’interesse e l’attenzione di chi legge.

Ma poi aggiungo che anche nei miei libri ci sono degli insegnamenti. Essi però sono fusi all’interno della storia, sono espressi dai pensieri, dai giudizi, dai comportamenti dei personaggi, dalle loro singole personalità, che si possono condividere oppure no.

Preciso, anche, che certe visioni del mondo che circolano all’interno delle storie che scrivo sono le mie. I personaggi dei miei libri, a partire da Valentina, sono curiosi, disponibili nei confronti dei coetanei, privi di cinismo, aperti verso le altre culture, desiderosi di viaggiare e di conoscere.

Questo è il mio atteggiamento personale verso la vita e mi piace incoraggiarlo nei bambini attraverso situazioni quotidiane in cui ciascuno si assume le sue responsabilità. Evito di pontificare astrattamente e offro esempi concreti di relazioni tra coetanei, piccoli e grandi, genitori e figli e così via.

Quale parte risulta più complessa di una storia: trama, personaggi o linguaggio?

Angelo PetrosinoBisogna essere preparati su tutti e tre i fronti.

La trama è importante. I bambini amano leggere una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine. I monologhi non fanno per loro. Anche se possono essere sparsi nel testo come brevi riflessioni personali dei singoli personaggi, che fanno dei rendiconti con se stessi prima di procedere oltre.

Per me la creazione del personaggio è essenziale, è il perno di una storia. I bambini amano identificarsi nei protagonisti di un libro, cercano quello col quale sono più in sintonia.

Personalmente, prima di scrivere un libro, io mi costruisco un personaggio ben dettagliato. Di lui o di lei devo conoscere tutto, in modo che nel libro non sia soltanto una macchietta priva di personalità, ma un individuo ben caratterizzato al punto da riuscire (se si è fortunati) indimenticabile per il piccolo lettore.

Il personaggio per me è così importante, perché su di lui costruisco una lunga avventura a puntate. Su Valentina, per esempio, ho scritto più di un centinaio di libri. Attraverso di lei ho raccontato i mutamenti sociali nel nostro Paese nel corso degli ultimi vent’anni e l’evoluzione dell’infanzia.

Ma l’ho fatto e lo faccio anche con altri personaggi: da Jessica (negli anni Novanta) al più recente Antonio.

Quanto al linguaggio, è necessario guardarsi da una inutile complessità. Non per questo si deve essere banali. Anzi, è indispensabile essere precisi, concreti per aiutare il bambino, attraverso le parole, a impadronirsi di pensieri, idee, emozioni.

Quindi soprattutto concretezza di linguaggio e nessun narcisismo da parte dell’autore nel corso della narrazione. Il che non esclude la poesia, che non deve mai diventare retorica e basta. Per arrivare alla sintesi giusta, ci vuole un lungo apprendistato. Un libro per bambini scritto bene e con efficacia deve reggere benissimo ad una lettura ad alta voce, per esempio. È, questa, la prova del nove della riuscita di un testo.

È importante che le storie per bambini siano illustrate e, se sì, perché?

Angelo PetrosinoL’illustrazione è indispensabile soprattutto nei testi rivolti ai più piccoli. Ma anche a dieci, undici anni i bambini apprezzano molto le illustrazioni, che li aiutano a dare forma visibile, per così dire, a personaggi e situazioni sui quali comunque esercitano la loro immaginazione nel corso della lettura.

Se la collaborazione tra autore e illustratore è felice, il libro perviene a una sintesi tra parola e immagine davvero importante. Le lettrici dei libri di Valentina oggi non possono immaginare delle illustrazioni delle storie diverse da quelle che da quasi vent’anni realizza l’illustratrice Sara Not.

Parliamo di linguaggio: per un pubblico così piccolo dobbiamo fare attenzione alle parole da usare. Lei come agisce in questo senso?

Angelo PetrosinoCome ho accennato più su, è necessario usare soprattutto parole precise, succose, capaci di rappresentare un concetto o un’idea con immediatezza. Bisogna evitare termini troppo difficili, vaghi, nebulosi. Quando il bambino legge, deve avere l’impressione di entrare quasi con il corpo all’interno delle vicende che l’autore sta raccontando.

Insisto sulla concretezza e sulla precisione, che non comportano il ricorso a termini scontati e a stereotipi.

I bambini vogliono essere presi sul serio e il modo più giusto per farlo da parte dell’autore è proprio l’impiego di un linguaggio capace di rappresentare situazioni nitide e chiare.

Non è semplice. Significa, innanzitutto, avere chiaro in mente che cosa si vuole raccontare. Scrivere per i ragazzi è come allacciare un dialogo con loro, realizzare una felice complicità tra adulti e piccoli. Quando si dialoga, si mira in primo luogo a capirsi e ci si astiene da giri di parole inutili.

Questo atteggiamento non impoverisce affatto la scrittura, anzi la esalta. Perché Pinocchio funziona ancora oggi con i piccoli lettori? Al di là di occasionali toscanismi, il libro è scritto per suscitare nei bambini una immediata adesione alla storia con un linguaggio chiaro, veloce, efficace.

La scelta dei nomi dei personaggi e dei titoli delle storie: sono dettagli che possono influire sul successo e sulla comprensione delle storie? Come vanno scelti?

Angelo PetrosinoNei miei libri scelgo nomi comuni, ma anche nomi un po’ insoliti o addirittura eccentrici. Dipende dal contesto nel quale voglio usarli. Tuttavia non sono tanto i nomi a decidere del successo di una storia, quanto, ovviamente, il carattere di un personaggio, la sua forza rappresentativa, la sua capacità di imprimersi nella memoria del lettore.

I titoli, invece, a volte sono decisivi nel determinare l’acquisto di un libro da parte di un bambino. I titoli devono incuriosire, devono essere un po’ intriganti, ma devono comunque alludere, sia pure in modo ambiguo, al contenuto del volume. Insieme al titolo, anche la sintesi della quarta di copertina contribuisce a determinare la scelta di un libro nei piccoli. Ma molto importante, a volte decisiva, è l’illustrazione di copertina.

Questi sono aspetti nella confezione di un libro per i quali l’ultima parola, spesso, spetta all’editore e all’ufficio marketing.

Quali elementi bisogna evitare in una storia per bambini? Eventi come la malattia e la morte sono tabù?

Angelo PetrosinoCome sempre, bisogna distinguere in base al destinatario. Un conto è scrivere una storia per un bambino di 5-6 anni, un altro è rivolgersi a un tredicenne.

La malattia e la morte non sono, oggi, tabù quando si scrive per l’infanzia. Bisogna saperlo fare nel modo giusto, con le parole giuste, con la delicatezza che solo un adulto che ha piena empatia verso i bambini sa utilizzare senza scadere nella banalità, nella crudezza, nell’ipocrisia.

Un tempo, nei libri per bambini si esercitava il ricatto, li si spaventava a bella posta per addomesticarli e renderli ubbidienti in modo passivo.

Oggi non è più così. Un vero scrittore per ragazzi sa dialogare con i piccoli, li ascolta e sa farsi ascoltare. Insomma le sue qualità umane vengono prima di tutto.

Quando scriviamo una storia, stiamo creando un mondo, che sia realistico o immaginario. In una storia per bambini come dobbiamo dosare i due ingredienti realismo e immaginazione?

Angelo PetrosinoSono costretto a richiamare l’attenzione sull’età dei lettori. Con i bambini piccolissimi è più facile ricorrere al gioco dell’immaginazione per produrre una storia capace di avvincerli.

Nei più grandi, l’interesse per la realtà è più marcato. A 12-13 anni in un libro si cerca più volentieri una sorta di alter ego che dia voce ai propri bisogni, ai turbamenti sentimentali, ai dubbi, alle aspettative di una personalità in formazione.

Questo non vuol dire che le storie ad essi rivolte debbano contenere esclusivamente l’analisi di aspetti puntuali della quotidianità.

Al contrario, le storie che ci coinvolgono hanno quasi sempre bisogno di un contributo di immaginazione per essere risolte e non soltanto di fredda razionalità.

I bambini sono più disposti dei grandi a cambiare punti di vista, se hanno la fortuna di essere in ciò incoraggiati dagli adulti che li attorniano. Oggi, purtroppo, sia per la pigrizia dei grandi, sia per l’influenza dei mezzi di comunicazione, i bambini vengono indirizzati sulla strada del conformismo, sono addestrati a fare “come fanno gli altri”. Così si spegne la loro creatività, si impedisce loro di cercare strade nuove.

Ecco perché i libri per ragazzi, se scritti davvero dalla parte dell’infanzia, possono diventare un antidoto utile a sgomberare le menti da stereotipi e pregiudizi.

Questo, almeno, è ciò che mi sforzo di fare io con i miei libri. Perciò Valentina è diventata una bandiera e una rivendicazione della propria identità, soprattutto per tante bambine e ragazze.

Storie diverse per diversi livelli di età: come destreggiarsi nella scrittura fra le “classi” di lettori?

Angelo PetrosinoOggi i bambini sono tutti, piccoli e grandi, immersi in un unico flusso di comunicazione che fa saltare molte delle distinzioni per età che un tempo erano più marcate.

Un bambino di cinque anni vede, osserva, ascolta le stesse cose cui è esposto un preadolescente ed è costretto, spesso, a porsi domande oltre le sue capacità di comprensione. Certi interessi maturano molto più precocemente di un tempo. E non sempre è un bene.

Se io scrivo un libro nel quale la protagonista è una preadolescente, è quasi certo che il libro sarà cercato e letto da bambine di una età molto inferiore. È una esperienza cui assisto frequentemente.

E tuttavia, quando ci si accinge a scrivere un libro per bambini e ragazzi, bisogna per forza di cose tener conto del pubblico al quale ci si rivolge.

Se scrivo per bambini molto piccoli, sceglierò argomenti capaci di interessare individui di quella fascia di età e utilizzerò un linguaggio in grado di trasmettere immagini, idee, concetti comprensibili per loro. Il libro potrebbe essere letto ai piccoli da un adulto, e in tal caso la storia deve prestarsi ad una lettura ad alta voce fluida e scorrevole, utilizzando una scrittura densa di dialoghi, di eventi, di curiosità, di sorprese.

Se il mio destinatario è un adolescente, sceglierò argomenti pertinenti ad una personalità in formazione che nelle storie cerca per lo più risposte a quesiti intimi, analisi di situazioni con le quali confrontare quelle personali, percorsi reali o possibili da intraprendere.

Ma c’è anche un vasto pubblico di adolescenti che ama saltare la realtà per immergersi in storie dove dominano fantasia, ostacoli da superare, novità imprevedibili con cui misurarsi.

Ogni scrittore deve scegliere il genere che sente a sé più congeniale e il pubblico che sente più vicino. Deve evitare, secondo me, di mettersi alla prova affrontando argomenti e situazioni che sente estranei alla propria personalità.

Infine, non è la stessa cosa scrivere un libro per un pubblico femminile o uno maschile, soprattutto se si tratta di preadolescenti. Sapendo, tuttavia, che mentre le ragazze leggono ugualmente libri per “maschi”, non è vero il contrario.

È una distinzione che io però non amo molto per principio. I miei libri, per esempio, sono quasi tutti al femminile, ma ho molti lettori maschi che li leggono, soprattutto perché racconto per lo più educazioni sentimentali, rapporti tra coetanei in un mondo in rapido cambiamento, dove i momenti di ascolto di se stessi e degli altri diventano sempre più rari

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