Anche un orologio rotto…#2

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Secondo Capitolo 

Cambridge

– Sherlock Holmes –

Rispondo tendendo la mano al ragazzo. I capelli castani spettinati sono gocciolanti di pioggia e diverse ciocche gli si sono appiccicate alla fronte. Osserva la mia mano con riluttanza.

Perché dovrebbe dare confidenza ad un ragazzo di strada che vive sotto ad un sottopassaggio e che possiede solo una coperta malandata e un orologio da taschino?

Senza contare che lui non può essere a conoscenza di quest’ultimo poiché dubito che abbia indovinato la sua presenza nella mia tasca destra evidenziata solo da un rigonfiamento circolare nella suddetta. E dubito anche che riesca a percepire il suo flebile ticchettio tra i rumori della ferrovia e lo scrosciare della pioggia.

Pioggia. Ha aumentato intensità. 6 millimetri all’ora, pioggia forte. Aumenterà nell’arco della giornata. Al raggiungimento dei 10 millimetri all’ora saremo in situazione di rovescio [1]

La mia mano resta sospesa tra noi.

Può scegliere. La vita è fatta di scelte, nessuno ci obbliga se non noi stessi.

Per un attimo sono sicuro che abbia scelto la seconda opzione.

La seconda?

Si, alzarsi, ricomporsi, fare le scale e aspettare il prossimo treno.

Fingendo di non avermi mai incontrato.

Eppure all’ultimo mi stupisce.

Un ripensamento? Sono fondamentali i ripensamenti nelle scelte. È come riscrivere la storia, ricominciare da capo.

– Jhon Hamish Watson –

-Come volevasi dimostrare. – borbotto io.

La sua stretta è salda, ma i suoi occhi sono ancora in uno stato di confusione.

Probabilmente fatica a capire per quale strano gioco del destino lui ora sia qui.

-Tra quaranta minuti passa il prossimo treno per Cambridge. –

Faccio tutto con disinvoltura. Raccolgo la mia coperta da terra e la scrollo, qualche granello di intonaco caduto dal soffitto durante la notte lascia andare le maglie della coperta per cadere a terra.

Intonaco: malta composta principalmente da sabbie granulose che non devono superare i due millimetri di diametro.

Talvolta mi chiedo come il mio cervello possa fare tutte le volte questo giochino.

La vita degli altri dev’essere più facile. Loro camminano persi nei loro pensieri, è tutto così semplice e sono persino pronti a stupirsi.

Io invece trovo tutto così noioso. Ogni cosa è così facilmente spiegabile con qualche formula matematica o chimica. Perfino i sentimenti, che sembrano per le persone normali dei giochi di colore imprevedibili sulla tela di un artista, sono analizzabili. Potrei scrivere una relazione “La scienza dei sentimenti” per aprire gli occhi a tutti quanti.

Sherlock non divagare, stai parlando con un ragazzo, probabilmente un tuo coetaneo, cerca, per una volta, solo per una volta, di sembrare quasi, dico quasi, normale.

Un’altra particolarità del mio cervello è la capacità di scindersi: la mia parte razionale contro la mia parte emozionale.

Inutile dire che la seconda parte sia una minuscola percentuale dell’altra parte.

-Come fai a sapere che avrei dovuto prendere il treno per Cambridge? –

Lo stupore nella sua voce è qualcosa di divertente. Possibile che davvero gli altri non capiscano?

A volte mi chiedo se non facciano solo finta.

-E non mi hai ancora detto come sai il mio nome! – si ricorda all’improvviso.

-Il nome è stata la deduzione più facile: indossi una divisa scolastica e hai il nome cucito sul petto a sinistra, sotto il taschino. –

La sua attenzione è subito portata sulla casacca, con le mani tende la stoffa e sembra rendersi conto che quella targhetta c’è sempre stata.

-John H. Watson. – rileggo io inclinando la testa.

-La cosa più difficile sarebbe stata indovinare per cosa stesse l’H, ma ti sei presentato poco dopo elencando il tuo nome per esteso, quindi non mi sono nemmeno posto il problema di dover elencare nella mia mente tutti i nomi possibili inizianti per H per poi scegliere quello più adatto a te. –

-Mi prendi in giro…-

Non perdo tempo ad ascoltare il suo tono scettico.

-Veniamo dunque alla questione del treno. Ti ho già detto che indossi una divisa scolastica? Ovviamente.-

-I colori e lo stemma sono facilmente riconducibili a quelli del College in questione se io sapessi come sono [2], ma prima che tu mi dessi la conferma di star andando a Cambridge semplicemente non negando, io non lo sapevo. Dunque: stavi correndo per non perdere il treno che si era fermato da 53 secondi alla stazione, treno che ha come capolinea la Cambridge Railway Station, come annuncia ogni quaranta minuti quel fastidioso alto parlante. Certo, il treno fa altre fermate prima del capolinea e ci sono altre scuole, ma nessuna necessita una divisa, se non una prestigiosa come Cambridge. Dunque tu stai andando a Cambridge. –

Due occhi spalancati mi fissano increduli.

-Chi sei tu? – mi domanda dopo aver deglutito.

-Mi pare di avertelo già detto, sono Sherl…-

-Nono, come fai a fare…questo? –

Questo: pronome dimostrativo in questo caso utilizzato da questo ragazzo sperduto per non saper meglio definire le mie capacità intuitive fuori dalla media comune.

-Non sono io quello strano qui. Siete voi ad essere tutti stupidi. –

 

NOTE:

[1] Scala d’intensità della pioggia (meteorologia):

  • pioviggine (< 1 mmogni ora)
  • pioggia debole (1 – 2 mm/h)
  • pioggia leggera (2 – 4 mm/h)
  • pioggia moderata (4 – 6 mm/h)
  • pioggia forte (> 6 mm/h)
  • rovescio(> 10 mm/h)
  • nubifragio(> 30 mm/h)

 

[2] Non so se la Cambridge prevede, o prevedeva, l’uso di una divisa, ma sono consapevole della mia incapacità di far reggere una storia completamente realistica quindi mi sono presa qualche libertà…spero che possiate accettare tutte le mie bugie letterarie.

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