Anche un orologio rotto…

“Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno”
Sherlock non ha mai creduto alle coincidenze “L’universo non può essere così pigro”, quindi ci dev’essere per forza un motivo se, quella mattina, un ragazzo di nome Jhon Watson era inciampato su di lui e aveva perso il treno.

New Entry nel blog…la pubblicazione di una delle mie storie, si tratta di una fan fiction ispirata a Sherlock Holmes nata in un giorno di noia ma che sta avendo risvolti inaspettati, mi sta coinvolgendo un sacco e nel giro di una settimana sono arrivata a scrivere 70 pagine…se vi andrà di seguirla i capitoli compariranno sporadicamente qui sul blog. Pronti a entrare nella testa dell’investigatore del secolo? A lasciarvi trascinare in un misterioso intrigo? Tra amicizia, odio e amore Sherlock dovrà risolvere un caso inesplicabile, risolvendone parallelamente uno eccezionale: se stesso.  

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PRIMO CAPITOLO

“Pioggia”

Pioggia. Umidità. Freddo che si fa strada tra le pieghe dei vestiti.

Impregna la stoffa.

Fastidio.

Mi rigiro nel sonno, ancora incapace di distinguere la realtà dal mondo dei sogni. E’ l’unico momento in cui non sono lucido, l’unico attimo della mia giornata in cui l’impossibile può prevalere sul possibile.

E questo è male.

Perchè io non credo nell’impossibile. Io credo solo in ciò che è logico.

Pioggia. Non fa parte del mondo dei sogni, no, è dall’altra parte, la parte reale.

E anche questo è male. Tento di raggomitolarmi meglio sotto la coperta. E’ ruvida, mi sfrega contro la guancia. Dev’essere alle intemperie da molti più anni di me.

Era stesa ad asciugare. Poi il vento l’ha fatta cadere e lei è diventata una barbona, come me.

Da come l’ho capito? Oh, elementare, chiunque ci sarebbe arrivato: c’era ancora una molletta attaccata ad uno degli angoli, quando l’ho trovata.

Come faccio a sapere che è caduta per via del vento?

Conoscete per caso altri motivi per cui il bucato cade dagli stendini alle finestre? Sì? Bhe, in ogni caso il vento ha la percentuale maggiore.

Chi sono io? Altra cosa ovvia.

Io sono Sherlock Holmes.

La pioggia una volta mi piaceva, ma molto tempo fa, quando ancora non riuscivo a comprendere appieno la mia situazione. Quando ero in istituto e vedevo la pioggia battere sul vetro, sentivo il suo ticchettio e potevo lasciarla fuori, pensando al the caldo che la signora Hudson, la proprietaria dell’orfanotrofio, ci avrebbe preparato. Da quando vivo qui o là la pioggia non mi piace più.

Ci vuole un po’, ma col tempo l’acqua percorre gli scalini e arriva fino al mio angolo. Qui nel sottopassaggio pedonale che porta alla stazione.

Che ci faccio qui?

Se ci ragioni puoi farcela anche tu, metti insieme gli elementi:

Vivevo in orfanotrofio. Ora non ci vivo più. Sono fuggito, l’idea iniziale era di ritrovare mia madre e farmi spiegare il perchè del mio abbandono. E’ l’unica domanda alla quale non riesco a dare risposta.

E questo è un altro male.

Saranno forse le sette del mattino. O manca poco a quell’ora, ricordo di aver sentito il campanile battere le sei e trenta, da allora devono essere passati circa 27 minuti, tra tre minuti batteranno le sette.

Sento il terreno vibrare e la luce elettrica che illumina il sottopassaggio a qualsiasi ora del giorno e della notte trema leggermente. Sento l’altoparlante annunciare l’arrivo del treno, ma non gli presto attenzione.

Poi accade tutto così in fretta.

Uno scalpiccio di piedi che scende le scale, posso quasi percepire la suola gommosa delle scarpe da ginnastica che scivola sul bagnato. Deve avere un ombrello che lo intralcia nei movimenti.

La luce tremolante si spegne per un attimo. Lo fa spesso.

Un calcio mi centra nello stomaco e questo segna il mio totale risveglio.

La coperta viene trascinata dalla scarpa. Il proprietario della suddetta si trova steso sulle scale e si lascia sfuggire una parolaccia. Seguita subito da un’altra.

– Ma che cazz…?-

Io in risposta mugugno qualcosa. Parlare è così noioso.

E poi quel calcio mi ha fatto male sul serio.

Mi sollevo ancora intontito dal sonno mentre dalla ferrovia proviene un altro annuncio seguito dalle vibrazioni del treno in partenza.

– Merda. –

Finora il ragazzo che mi ha quasi ucciso ha pronunciato solo tre parole. Posso dire che non fossero di grande contenuto filosofico.

Cadendo ha lasciato andare anche l’ombrello che teneva in una mano e la valigia stracolma di oggetti che stringeva nell’altra.

– John Watson. Ti sarei grato se mi ridessi la mia coperta. –

Ora lui è seduto sui gradini e si spazzola le ginocchia bagnate e sporche.

I suoi occhi lasciano trapelare la sua confusione. Forse si sta ancora convincendo che il fatto di aver inciampato su un ragazzo di strada e di aver perso il treno per andare al college (fattore causato dalla prima azione) sia accaduto davvero e non sia solo un sogno.

Sogno. Lui ha interrotto il mio ora che ci penso. Altro motivo per non dare confidenza a questo individuo.

– Come sai il mio nome? –

Sembra pensare un attimo alla domanda che mi appena posto, poi si corregge.

– Anzi, vorresti farmi il piacere di dirmi chi diavolo sei tu? –

-Io? –

-Vedi qualcun altro in giro? –

La sua frustrazione sta cominciando a trapelare. Deve aver scartato l’ipotesi che possa trattarsi di un sogno e in conseguenza sta montando la rabbia.

Ci ha impiegato ben sette secondi e novecentosessanta millesimi.

E’ nella media.

Si John Watson si presentava come un normale ragazzo nella media.

O forse era qualcosa di più?

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