Un passo dopo l’altro

un passo dopo l'altro_

Avere nelle scarpe la voglia di andare, avere negli occhi la voglia di guardare, e rimanere prigionieri di un mondo che ci lascia solo sognare.

Nella camera buia il mappamondo illuminato, accanto la valigia di pelle piena fogli,

                             di foto,

 di posti che voglio visitare ma che per ora sono destinati a rimanere soltanto immagini in una scatola,

sogni impressi a inchiostro sulla carta lucida di pagine di riviste.

Mappe, francobolli, appunti…tutti indici di luoghi lontani, irraggiungibili.

Andarsene sembra così difficile, eppure vuole dire semplicemente muovere un passo dopo l’altro.

Un passo dopo l’altro.

Un passo dopo l’altro.

Ogni passo che fai è un pezzetto di vita che ti lasci alla spalle, ma è un’opportunità che ti si para davanti.

Ma quanto è dura muovere il primo passo?

Tutti i dubbi, tutte le incertezze, in un secondo si mostrano nella loro reale concretezza. Sarebbe bello soffiare, farli disperdere nell’aria e non incontrarli più, ma ci sono.

Quanti limiti ho, che sono solo scuse, ma sono scuse che mi obbligano a restare imprigionata in questa vita…scuola, doveri, famiglia, amici. Voglio abbandonare tutto.

Voglio abbandonare questo ammasso privo di sogni che sono i miei compagni di classe.

Non li odio

perché odiarli sarebbe facile.

No, loro mi fanno pena. Non hanno ambizioni, non hanno desideri, non hanno speranze o fiducia. Si lamentano. Si lamentano della scuola, dei genitori, della società, dei compiti, dei libri…pensano che tutto sia loro dovuto e che non è loro compito darsi da fare per cambiare le cose. Devono essere gli altri. Loro devono solo divertirsi.

Li compatisco, perché mentre io vivo la mia vita loro uccidono la propria.

E’ solo un’altra forma di suicidio.

Vivere non vuole dire sopravvivere. E loro sopravvivono.

“Se vuoi che accadano cose diverse, smettila di fare sempre le stesse cose”

(A. Einstein)

Ogni giorno ti alzi al mattino. Ti vesti, fai colazione, prendi la cartella, Sali in macchina, percorri la strada, arrivi a scuola, entri a scuola, ascolti, prendi appunti, torni a casa, mangi, studi, esci con gli amici, torni a casa, mangi, vai a dormire. Ti alzi al mattino, ti vesti, fai colazione…

Siamo schiavi della routine.

Una routine che abbiamo creato noi e che è diventata troppo forte, tanto a essere lei stessa a comandarci.

Abbiamo troppa paura di sollevare il capo e sfidare questa monotonia, paura di imporci perché non sappiamo cosa riceveremo come risposta. Ci crogioliamo in queste azioni meccaniche perché sono le poche certezze che abbiamo della nostra vita. Io so che domani mi alzerò, mi vestirò, farò colazione, salterò sul sellino della mia bici, girerò a destra, poi di nuovo a destra, oltrepasserò il ponte sul canale, poi di nuovo a destra. Una serie di svolte che hanno il solo scopo di portarmi a scuola. Ogni tanto cambio percorso. Giro in una via dopo rispetto al giorno prima, o allungo un po’ il giro giusto per cambiare panorama.

Magra consolazione.

Sarebbe bello, un giorno, tirare dritto.                                                                                                            E andare.

Andare.

E non tornare più

Una volta ho letto in un libro la frase di un personaggio che diceva che

a volte si viaggia così tanto da non ricordare più qual è il luogo in cui si è nati

Non si apparterrà più ad un solo luogo. Si apparterrà al mondo.

La vita, a quel punto, ti apparterrà.

Una settimana fa ho intrapreso un discorso con una mia amica. Quando eravamo piccole dicevamo che a 15 anni saremmo andate in vacanza insieme. Ora abbiamo 15 anni fai per il mancato consenso dei genitori e fai anche per la mancanza di soldi (ho sempre odiato chiedere soldi ai miei genitori e voglio trovare il modo per guadagnarmi da sola i miei viaggi) siamo ancora bloccate qui in questa città vuota e che mi sembra sempre più stretta.

Adesso progettiamo che finito il liceo e superata la maturità passeremo un anno in viaggio, per poi tornare e cominciare l’università. Cosa ci garantisce che a 19 anni partiremo davvero? A quel punto vorremo intraprendere la strada dell’università, poi magari cominciare a pensare a una famiglia, poi a trovare una lavoro e rimanderemo sempre, fino a che saremo solo vecchie e stanche e piene di rimpianti.

Non voglio vivere di rimpianti.

Preferisco vivere di rimorsi.

Almeno avrò sempre la soddisfazione di dire: Io ci ho provato.

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